International Think-Tank on Innovation and Competition

Articoli giornalistici in italiano

Intertic in italiano contiente molto altro materiale su innovazione e competizione che abbiamo diviso fra ARTICOLI SCIENTIFICI e LIBRI SUGGERITI. Rinviamo alle relative pagine per ulteriore materiale.

ARTICOLI GIORNALISTICI

 

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Crisi e Liberalizzazioni in Italia (12 Gennaio 2012)

Vedi anche E Ora sia il Pdl a Liberare le Mani alle imprese (Il Giornale, 12 gennaio 2012, p. 10)

In questi giorni, al tavolo delle grandi riforme che possono e devono raddrizzare il futuro del nostro Paese per gli anni a venire ci sono solo ministri tecnici insieme a sindacati e altre corporazioni a nome di una minoranza non rappresentativa dei cittadini italiani. Chi aveva eletto una maggioranza politica con una chiara visione fatta di minore spesa pubblica, maggiore decentramento fiscale e politiche liberiste sta rinunciando suo malgrado a veder realizzato il proprio mandato: le tasse aumentano, il federalismo è nel cassetto e le riforme sembrano in mano ad altri.

Il contraltare di questo deficit democratico, si dirà, è la salvezza del Paese. Monti ha sostanziato di tasse (di proprio gradimento) la manovra che aveva già predisposto il precedente governo, assicurando più o meno il pareggio di bilancio nel 2013. Di per sé ciò dovrebbe tranquillizzare definitivamente i mercati sulla sostenibilità del debito (nessuno può dubitare di chi spende quanto incassa, e saremmo praticamente l’unico paese a farlo). Ma non è così: lo spread è tale e quale lo aveva lasciato Berlusconi. Come mai? Primo, ci sono ancora istituzioni finanziarie internazionali che stanno aggiustando i loro portafogli sostituendo il nostro debito con quello di altri paesi, decisione che continuerà ad avere i suoi effetti per un po’. Secondo, la manovra di Monti è fortemente recessiva e sulla crescita non si è visto ancora nulla: un paese in cui si lavora poco e si pensa solo a difendere le rendite di bottega difficilmente può crescere e ripagare i propri debiti nel lungo periodo. Solo un netto cambio di direzione può darci la vera credibilità, ma il cambiamento non è il nostro forte. Qui dovrebbe intervenire la fase due del governo.

Il piano di Monti è chiaro: come ha portato insieme in Parlamento nuove tasse e riforma delle pensioni, presenterà insieme liberalizzazioni e riforma del lavoro. Deve solo decidere quanto spingersi su entrambi i fronti, il che dipenderà dall’umore di Pd e Pdl. In questa partita, il centro-destra deluso nella sua visione complessiva deve saper reagire pragmaticamente per portare a casa dei risultati. In ballo ci sono un vecchio sogno proibito quale il diritto delle imprese di assumere secondo le proprie esigenze economiche senza l’incubo di dover pagare a vita ogni singolo assunto (questa è l’abolizione dell’Art. 18), e ciò che dovrebbe essere l’essenza di un centrodestra liberale, la libertà d’entrata e competizione in ogni settore.

Non sarà qualche rivenditore di giornali in più a far crescere il Paese, si dice, ed è vero che penalizzare solo qualche categoria non porterebbe a nessun risultato (l’idea di fare una liberalizzazione per volta sarebbe una inutile follia politica). Tuttavia, e lo voglio dire senza giri di parole, questo Paese non ha alcuna speranza di tornare a crescere finchè non si liberalizzano tutti insieme i settori protetti e finchè resta l’attuale Art. 18, che deprime la produttività degli illicenziabili per ragioni economiche e preclude nuove assunzioni facendo scappare all’estero le imprese più produttive. Corporazioni e sindacati sono sul piede di guerra, proveranno di tutto per smussare ogni tentativo di cambiamento. Solo la politica può dimostrare di non essere solo un costo ma anche uno stimolo nella giusta direzione. E’ qui che il centro-destra deve saper cogliere questa chance unica in un quadro politico che non si ripeterà. Abbia il coraggio di spingere per ciò che è nel suo DNA, ciò che la stragrande maggioranza dei suoi silenziosi elettori si attendevano e si attendono.

E allora liberalizziamo i trasporti pubblici locali, apriamo l’energia alla concorrenza, quadruplichiamo il numero di notai, regaliamo nuove licenze ad ogni taxista, permettiamo alle edicole di vendere nuovi generi merceologici e ad altri di vendere quotidiani, lasciamo i giovani farmacisti trovare il primo lavoro ad un banco di supermercato con tutte le medicine che vuole, permettiamo ogni forma di competizione di prezzo fra avvocati e commercialisti (qua il numero non è un problema, il modo di fare ì prezzi si che è un problema), e così via per tutti i settori protetti in un colpo solo. O, più semplicemente, ripartiamo da capo decidendo che il diritto ad entrare e competere è libero in ogni settore, fatte salve nuove normative da rifare. E lasciamo che un’impresa possa assumere nuovi lavoratori in un periodo di ripresa economica senza l’assillo di non poter mai più tornare indietro quando gli affari vanno male (a costo di fallire pur di rispettare l’Art. 18). Questo sì che convincerebbe i mercati che l’Italia ha un futuro e che i nostri debiti saranno ripagati col nostro lavoro e la nostra crescita. Anche l’elettore di centro-destra deluso dall’esito di questa legislatura sarebbe ampiamente ripagato da queste novità. Ed il patrimonio politico di questa legislatura avrebbe un degno coronamento.

 

Se la Salute va sulla “Nuvola”, Sole 24 ore, Sanità (1 Novembre, 2011)

Cloud computing e sanità (25 ottobre 2011)

Vedi anche Cloud computing e sviluppo economico: investire oggi per essere competitivi domani (ForumPA)

L'uso del cloud computing cambierà la società e l'economia nei prossimi anni. Si tratta di una nuova tecnologia che permette di sostituire hardware e software con collegamenti online a centri dati remoti. La logica del cloud, già nota ai consumatori finali tramite email e social networks (che sono proprio basati su servizi online), inizia ad espandersi al mondo del business e della pubblica amministrazione.

Trattandosi di una general purpose technology (cioè che si applica in ogni settore), i suoi vantaggi possono essere notevoli anche nella sanità. I primi esempi, nati fra l’anno scorso e quest’anno un po’ in tutta Europa, vanno dai più semplici ai più complessi. Da un lato l’ospedale Bambin Gesù di Roma ha spostato “sulla nuvola” il servizio email di duemilacinquecento impiegati, creando notevoli riduzioni di costi. Allo stesso modo, la Croce Rossa svedese ha portato sulla nuvola il sistema di coordinamento degli interventi creando non solo vantaggi di costo ma anche di efficienza nel servizio. Dall’altro lato, un centro di intervento cardiovascolare russo, Penza, ha adottato un sistema cloud per coordinare attività, diagnosi e decisioni su trattamento e intervento chirurgico portando tecnologie e cure altrimenti impossibili in luoghi remoti e poveri del paese. Infine, durante la pandemia H1N1 un servizio globale di cloud computing (in questo caso fornito sulla piattaforma Windows Azure di Microsoft) ha centralizzato e diffuso informazioni cruciali sulla diffusione dell’influenza.

Ma per capire a fondo l’importanza del cloud, occorre focalizzarsi sulla sua diffusione nel settore privato, che è iniziata prima e porterà ulteriori vantaggi. I vantaggi di costo sono sostanziali in tutti i settori privati, dai servizi, alla finanza, alla sanità, con risparmi di circa la metà della spesa in hardware e software. Quindi è prevedibile che la diffusione del cloud computing in azienda decolli velocemente, specie per PMI e nuove imprese che possono nascere basandosi subito su questa opzione. Ciò è anche auspicabile perché la diffusione del cloud potrà anche avere un forte impatto sull’economia. Infatti, spostando parte dei costi fissi in IT verso costi operativi, il cloud computing contribuisce a ridurre le spese fisse per iniziare nuovi business e quindi a promuovere la creazione di nuove imprese e con esse la competizione. Con vantaggi sociali in termini di maggiore produzione e più occupazione. E questo nei settori tradizionali dell’economia, in misura chiaramente collegata alla rilevanza dell’IT fra le spese di settore.

In uno studio recente abbiamo simulato l’impatto della diffusione del cloud in Europa, ottenendo risultati abbastanza incoraggianti: nell’arco di cinque anni potrebbe portare alla creazione di qualche centinaia di migliaia di nuove PMI, contribuendo alla creazione di circa un milione di nuovi posti di lavoro europei. Nel settore pubblico, i vantaggi in termini di efficienza sono altrettanto notevoli, e, soprattutto,il cloud consente innovazioni altrimenti impossibili, come fornire servizi in aree periferiche (cruciale non solo nella sanità, ma anche nella scuola), creare nuove applicazioni sulla nuvola che sfruttano la dimensione online e sviluppare modelli di gestione che permettono rapida espansione dell’utilizzo delle infrastrutture in periodi di intensa attività.

Per approfittare di questa nuova tecnologia però, nella sanità come in ogni altro settore, l’Italia deve recuperare un gap infrastrutturale. I benefici sociali della diffusione del cloud, in termini di incentivi alla creazione di nuove imprese con l’associato incremento di produzione e occupazione, saranno tanto maggiori quanto più rapida sarà l’adozione del cloud computing. Uno dei principali ostacoli (oltre alle preoccupazioni inerenti la privacy dei dati e il traffico internazionale degli stessi) è ancora la lentezza della connessione disponibile, pertanto sarebbe auspicabile un’accelerazione degli investimenti nella banda larga, anche con sussidi pubblici.

Saranno proprio le politiche pubbliche ad avere un ruolo centrale nella diffusione del cloud computing e sono cinque le azioni che potrebbero fornire la spinta decisiva: come detto, accelerare l’investimento nella banda larga per garantirne un’ampia e capillare diffusione su tutto il territorio; adottare soluzioni cloud nel settore pubblico (sanità, scuola, università), cosa che potrebbe incentivare anche i privati a fare altrettanto; coordinarsi a livello europeo per favorire la libera circolazione di dati e informazioni attraverso i confini nazionali; riunire ad un tavolo le autorità dell’UE che si occupano di standardizzazione e innovazione e le grandi società fornitrici di soluzioni di cloud computing, per fissare standard e regole relative all’interoperabilità di queste soluzioni; prevedere incentivi fiscali per chi (pubblico o privato) adotta soluzioni cloud.

Competizione, antitrust e i pericoli dell’eccessivo interventismo di Federico Etro (5 Marzo 2009)

Durante una crisi economica, competizione e difesa degli interessi dei consumatori sono più che mai argomenti cruciali. Negli ultimi tempi l’Unione Europea si è interrogata in modo profondo su come incentivare la competizione e la produzione, come limitare tendenze all’eccessivo interventismo statale e come difendere la competitività nei nostri mercati. Un tema su cui si sta dibattendo molto è quello della politica antitrust, sul quale venerdi si tiene un convegno internazionale presso l’Autorità Garante per la Concorrenza e il Mercato, da sempre attenta al dibattito su una politica industriale rivolta ai cittadini. Ad accendere la discussione sarà il recente documento della Commissione Europea, che riordina i principi base per il contrasto all’abuso di posizione dominante. Si tratta di un nuovo testo che introduce un approccio “basato sugli effetti” che le strategie delle imprese dominanti hanno per l’interesse dei consumatori.

Se da un lato tutti sono concordi con l’obiettivo di difendere il consumatori (e non le imprese rivali di quella dominante), molte sono le questioni aperte su come affrontare situazioni in cui un’impresa abusa del propria potere di mercato per combattere la concorrenza. Il motivo è che molte strategie che colpiscono i rivali sono anche a vantaggio dei clienti: si pensi ai prezzi predatori che sono abbastanza bassi da forzare l’uscita di un concorrente, ma che sono difficili da distinguere da semplici prezzi competitivi dovuti a maggiore efficienza.

Le regole introdotte dalla Commissione consistono in buona sostanza di tre step. Il primo step è di verificare che l’impresa sia effettivamente dominante. Qui non basta valutare la sua quota di mercato ma bisogna anche verificare che la pressione dei competitori e dei potenziali entranti non limiti effettivamente l’impresa sotto inchiesta. Laddove l’entrata è sostanzialmente libera e rapida (“endogena” dicono gli economisti), la leadership è contendibile e non deriva da potere di mercato, quindi ulteriori problemi non si pongono. Una politica della concorrenza ideale dovrebbe promuovere questa situazione in tutti i mercati ed abbattere le barriere all’entrata così da rendere residuale l’ulteriore intervento dell’antitrust. Ma così sempre non è, alcune imprese godono di potere di mercato indipendentemente dai rivali, e quindi esiste un secondo step.

Il secondo step è la verifica che l’impresa dominante stia facendo qualcosa che porti all’uscita di rivali dal mercato penalizzando i consumatori. Per esempio l’impresa sta vendendo sotto costo, o sta vendendo unitamente più beni così da rendere inutili quelli dei rivali (bundling), o si rifiuta di concedere beni, servizi o informazioni indispensabili ad altre imprese per competere, o altro ancora. Occorre quindi mostrare che i rivali stanno perdendo quote di mercato e che sono destinati a scomparire. Non basta però individuare una strategia del genere, occorre anche provare che danneggi i consumatori, il che non è sempre facile. Qual è il prezzo sotto il quale non si può andare: il costo medio di produzione, il costo medio variabile, o quello delle ultime unità che si producono? E si è sicuri di non punire un prezzo basso adottato solo per competere in modo aggressivo in modo permanente? Ancora, che male c’è a vendere insieme due prodotti (come un quotidiano con un inserto settimanale) se ciò è gradito ai clienti e se non si intendono aumentare i prezzi? Infine, è davvero necessario costringere un’impresa, purchè dominante, a rilasciare il proprio know-how, che magari è pure protetto da brevetti o segreti commerciali?

La complessità di tali questioni ha portato la Commissione ad introdurre un terzo ed ultimo step nel processo di accertamento di un abuso di posizione dominante. Si tratta della possibilità per le imprese dominanti di difendersi dimostrando che le loro strategie creano più benefici per i consumatori che danni per i rivali. Si tratta di un importante passo avanti verso la difesa del benessere dei consumatori, ma ancora tentennante. Infatti la Commissione Europea ha messo una serie di paletti tali da rendere, secondo molti esperti, assai difficile avvalersi di tale possibilità. Innanzitutto la difesa è l’ultimo step, quindi soltanto successiva all’accertamento che vi è un danno ai consumatori, mentre dovrebbe essere contestuale. Secondo, anche se la strategia sotto inchiesta crea più benefici che danni, va punita, secondo il documento della Commissione, quando ve ne sono altre che penalizzerebbero di meno i rivali. Quindi anche strategie che creano benefici netti ai consumatori possono essere punite se danneggiano abbastanza altre imprese, in aperta contraddizione con i propositi a favore del consumo. Infine, questa forma di difesa è esclusa per tutte le imprese con una grande quota di mercato, come se i benefici che queste recano ai consumatori valessero di meno.

Tutto ciò acuisce il rischio tipico dell’attività antitrust, quello di intervenire troppo, anche laddove il mercato sta funzionando bene. Nel tentativo di far correre di più i cavalli si finisce per falsare la corsa: non è mettendo un carico sul cavallo più veloce che si fanno correre di più gli altri cavalli. La disciplina antitrust è una componente fondamentale della politica industriale ed è bene che sia materiale di vivo dibattito. Sebbene su tali questioni, c’è da giurarlo, non si smetterà mai di discutere tra chi teme le distorsioni del mercato e chi teme ancor di più le distorsioni dell’interventismo.

 

La Commissione UE ci riprova con Gates. A che pro? (Libero, 23 Gennaio 2009) di F.Etro

Se Microsoft torna nel Mirino dell'Antitrust (La Voce, 20 Gennaio 2009)

 

Google senza rivali (LaVoce, 11 Novembre 2008)

 

Il mercato della pubblicità su Internet di Federico Etro (Ottobre 2008)

A dieci anni dalla sua fondazione, Google è il re incontrastato di Internet e del mercato globale della pubblicità online, un mercato sempre più rilevante e la cui efficienza è cruciale per tutte le imprese che vi fanno ricorso. Si calcola che la spesa mondiale in pubblicità sia di circa 400 miliardi di Euro, di cui almeno 25 spesi in online advertising, principalmente tramite link sponsorizzati nei motori di ricerca (search advertising) o banner allocati in tutti i siti web (display advertising). La spesa per la pubblicità su Internet è destinata a crescere in fretta poichè si naviga sempre di più e ormai anche attraverso nuovi strumenti, come i cellulari di ultima generazione. Inoltre, software sempre più sofisticati permettono di raggiungere meglio i destinatari delle pubblicità, dato che questa può essere allocata a seconda dei contenuti dei siti (contextual advertising) e perfino della storia delle ricerche dell’utente (behavioral advertising), una pratica, quest’ultima, che crea non poche polemiche sulla protezione della privacy.

Google è l’impresa leader nel campo, grazie al suo brillante motore di ricerca che raccoglie oltre il 60 % delle ricerche negli USA e oltre l’80% in quasi tutti i paesi Europei, con percentuali ancora superiori nei ricavi dovute alle economie di rete raggiunte nell’attrazione della pubblicità. L’impresa di Mountain View è leader incontrastato anche nel display advertising, specialmente dopo il recente acquisto di DoubleClick. A notevole distanza seguono Yahoo! e Microsoft, sostanzialmente le uniche alternative a Google nel mercato globale dell’online advertising. L’entrata di altre imprese è impraticabile nel breve-medio periodo, ed in qualità di leader Google è attualmente in grado di ottenere prezzi almeno doppi rispetto ai diretti rivali per ogni click sulla sua pubblicità. Inoltre riesce ad estrarre il massimo surplus possibile dai fornitori di pubblicità grazie ad un sistema di vendite all’asta dei link sponsorizzati o degli spazi disponibili sui siti di tutto il mondo. La rilevanza di questo mercato ha mantenuto alta la competizione in ricerca e sviluppo per la creazione di motori di ricerca e software sempre più efficaci, e la stessa impresa leader si è sempre distinta per forti investimenti in questo senso.

Negli ultimi mesi lo scontro per questo mercato è diventato più forte, col fallito tentativo di Microsoft di rilevare Yahoo! e con la successiva alleanza fra quest’ultima e Google, tuttora al vaglio delle autorità antitrust di Stati Uniti, Canada e Unione Europea. In pratica, Google ha offerto a Yahoo! la possibilità di utilizzare il proprio sistema di allocazione dei link sponsorizzati e della pubblicità - sebbene ciò sia limitato al Nord America, avrebbe influenza su tutti i mercati globali e sui siti nordamericani letti nel resto del mondo. Questo patto, inizialmente volto a difendere Yahoo! dall’offerta di acquisto di Microsoft, potrebbe avere conseguenze importanti sullo scenario futuro della pubblicità online.

Innanzitutto, il patto fra Google e Yahoo! è un’alleanza fra l’impresa numero uno e la numero due del settore, i cui effetti sono simili a quelli di una fusione che nessuna autorità antitrust permetterebbe. In secondo luogo, implica che Yahoo! ricorrerà a Google ogni qualvolta quest’ultima sarà in grado di ottenere prezzi maggiori, stabilendo di fatto un tetto minimo ai prezzi praticati, qualcosa di molto simile ad un cartello. Infine, il patto elimina ogni incentivo dei clienti a ricercare i prezzi inferiori di Yahoo!, così da indebolire o eliminare la competizione per Google, fatto potenzialmente configurabile come abuso di posizione dominante. Per essere obiettivi, occorre dar conto della possibilità di sinergie fra le due compagnie, ma è altrettanto evidente che il patto potrebbe ridurre drasticamente gli incentivi di Yahoo! ad investire per colmare il gap tecnologico con l’impresa leader. Potrebbe perfino mettere a repentaglio lo stesso avvenire di Yahoo! qualora l’azienda californiana volesse uscire da quest’alleanza una volta conquistati i nuovi clienti.

La conseguenza probabile del patto fra le due compagnie leader della ricerca su Internet e della pubblicità online è che i prezzi dei click sui link sponsorizzati o sui banner dei siti web aumenteranno. A pagarne le conseguenze saranno nel breve-medio termine i pubblicitari, che non a caso si sono già fatti sentire negli Stati Uniti, e le imprese che ricorrono alla pubblicità online. Nel lungo termine anche i consumatori potrebbero essere penalizzati qualora il patto portasse a minori investimenti nel miglioramento dei motori di ricerca. La speranza è che la spinta innovativa di Google che ha accompagnato dieci anni di espansione della New Economy e di evoluzione del modo di usare Internet senza mai chiedere (direttamente) un Euro agli utenti di Internet non si esaurisca nella conquista di una posizione di sostanziale monopolio tramite un’alleanza col principale competitore.

 

Il Sole 24 ore, 1 Giugno, 2008: LE REDINI DEL MERCATO, di Francesco Daveri

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Convegno al Parlamento Europeo su "Il mercato della pubblicita' on-line e che cosa significa per i consumatori"

Il 28 maggio 2008 si è svolto al parlamento europeo il Workshop Puntoit "Doing no evil? Il mercato della pubblicita' on-line e che cosa significa per i consumatori". La pubblicita' online e' cresciuta a un tasso superiore al 40% ogni anno dal 2003 e dovrebbe raggiungere i 54 miliardi o piu' nel 2011. Una delle caratteristiche chiave della pubblicita' online e' la capacita' di indirizzare gli annunci, spesso sulla base delle informazioni raccolte come gli utenti navigare in Internet. Come sono raccolte ed utilizzate queste informazioni? Le imprese sono sufficientemente trasparenti sulle loro pratiche di tutela della privacy? Nel corso del Workhsop Puntoit saranno rivelati i risultati di un sondaggio effettuato in Inghilterra, Francia, Germania ed Italia sulle preoccupazioni espresse dai consumatori europei sul funzionamento dei motori di ricerca in relazione ai temi della privacy. Tra gli speaker, si è registrata la partecipazione dei parlamentari europei Gunnar Hökmark e Sophia in't Veld, Federico Etro, Professore Universita' degli Studi di Milano Bicocca, Rob Norman, Chief Executive, GroupM Interaction Worldwide, Jim Doyle, Direttore, ICOMP, Emilie Barrau, BEUC, Dan Savage, CEO TradeComet.com , Paolo Spada, Siris Media Factory , Hans Friederiszick, Economista alla European School of Management and Technology di Berlin, Simon Davies, Direttore, Privacy International, Giovanni Buttarelli, Segretario Generale, Garante per la protezione dei dati personali, membro italiano di Article 29 Working Party. Puntoit, l'Associazione italiana per lo Sviluppo della Societa' dell'Informazione nata nel 1999, opera costantemente per stimolare il dibattito sul ruolo fondamentale dell'economia digitale e dell'economia creativa come motori dello sviluppo dell'economia italiana.

Protezione dei diritti di proprietà intellettuale: un approccio economico di Federico Etro*

La protezione dei diritti di proprietà intellettuale rappresenta un aspetto cruciale per una politica industriale che punti a promuovere l’investimento in R&S e a rafforzare i settori high-tech in Italia e in Europa. Nell’economia globale crescere è ormai sinonimo di innovare, specialmente nei settori ad alta tecnologia. In Europa questa necessità è fortemente sentita per colmare il gap di crescita e competitività con gli Stati Uniti e la strategia di Lisbona impegna i paesi europei in via prioritaria ad aumentare l’investimento in innovazione (dall’attuale 1.5/2% al 3% del PIL entro il 2010), in particolare nel settore privato che resta arretrato nell’investimento in R&S e nel conseguimento di innovazioni (cfr. Fig. 1-5). Per incentivare l'investimento privato in questa direzione occorre garantire che le imprese che innovano godano i frutti del proprio investimento. A ciò servono i diritti di proprietà intellettuale ed in particolare i brevetti: questi spingono le imprese a fare rischiosi investimenti in nuove tecnologie. Anche i sussidi alla ricerca aiutano in tal senso, ma sono una condizione necessaria e non sufficiente: nessuno investirebbe in innovazioni non protette, ovvero che potessero essere imitate liberamente.

La teoria economica è piuttosto chiara sul ruolo dei brevetti per il benessere sociale. Brevetti più estesi o meglio protetti producono il beneficio sociale di aumentare l’investimento in innovazione (e con questo il progresso tecnologico), mentre il costo sociale è nella creazione di maggiore potere di mercato per gli innovatori che hanno conseguito i brevetti. Ne consegue che i benefici netti dei brevetti sono tanto maggiori nei settori in cui l’innovazione crea più crescita ed in cui la vita media di un’innovazione (prima di essere sostituita da un’ulteriore innovazione) è breve. Come è facile intuire, i settori dell’hardware, del software, delle telecomunicazioni e dell’Information and Communication Technology  in genere danno un forte contributo al progresso tecnologico odierno e sono caratterizzati da una rapida evoluzione delle tecnologie: si tratta quindi di campi in cui i brevetti apportano notevoli benefici sociali.

In relazione al ruolo degli incentivi all’innovazione va anche sfatato un luogo comune circa il ruolo delle imprese leader e delle piccole e medie imprese di nicchia. Una minoranza di osservatori ritiene che le prime abbiano talvolta un ruolo negativo nell’investimento in R&S e che, in presenza di innovazioni sequenziali (tipiche della New Economy e motori della crescita), finiscano per disincentivare gli inseguitori ad investire. In realtà, la tradizione maggioritaria fra gli economisti, legata agli studi di Joseph Schumpeter e, più recentemente, agli studi sulle determinanti della crescita, va nella direzione opposta. Quando la competizione per il mercato funziona adeguatamente, gli investimenti delle imprese leader e delle inseguitrici sono complementari. Inoltre, quando le innovazioni sono sequenziali, si innesca un meccanismo per cui le imprese leader investono di più per sfuggire alla pressione competitiva delle inseguitrici, e la persistenza della loro leadership aumenta (endogenamente) il valore della conquista delle innovazioni. Ciò, a sua volta, aumenta gli incentivi di tutte le imprese (leader e non) a investire in R&S. Chiaramente, i diritti di proprietà intellettuale sono la determinante cruciale per innescare questo circolo virtuoso, e la possibilità per gli innovatori di vendere licenze delle proprie invenzioni ad altre imprese costituisce il meccanismo di mercato che diffonde i frutti della ricerca. In conclusione, mercati altamente innovativi in cui certe imprese mantengono la leadership tecnologica (si pensi a Intel, Microsoft, IBM in passato,..) sono il segno di una forte competizione per il mercato (piuttosto che di potere di mercato), e di un corretto funzionamento degli incentivi ad investire creati attraverso brevetti e altri diritti di proprietà intellettuale.

Gli Stati Uniti hanno scelto un forte sistema di brevetti e non a caso le imprese americane investono molto di più di quelle europee in R&S. Ciononostante, viene spesso propagandata una erronea tesi per cui i brevetti avrebbero limitato l’innovazione in certi campi della New Economy americana. Questa tesi non ha nessun fondamento empirico: quando nel 1981 in America si poterono brevettare anche le Computer-Implemented Inventions (CII), ossia le invenzioni che utilizzano software (oltre a proteggerle con copyrights grazie al Computer software copyright Act del 1980), la percentuale di fatturato investito in ricerca dalle imprese interessate passò dal 5% a oltre l'8% in una manciata d'anni per rimanere su livelli record fino ad oggi (cfr. Fig. 6-7).

Rispetto agli Stati Uniti, l’Europa ha adottato un sistema meno estremo di protezione delle CII, delimitando le invenzioni brevettabili a quelle con un carattere tecnico ed escludendo quindi il puro software ed i metodi commerciali, che sono invece brevettabili negli USA. Nel 2005 si è cercato di approvare una Direttiva sulla brevettabilità delle CII per armonizzare la normativa vigente (oggi i 25 paesi della UE hanno ciascuno un proprio sistema brevettale) e incentivare l’innovazione. Si trattava di una iniziativa meritevole della Commissione Europea che tuttavia è naufragata fra contrasti di vario tipo all’interno del Parlamento della UE. Sarebbe estremamente opportuno che a livello europeo si cercasse con maggiore convinzione di uniformare la normativa sui brevetti in genere, ed eventualmente si tentasse anche di definire alcune regole per la brevettabilità di CII. Ne guadagnerebbero le imprese che investono in R&D e guidano la crescita europea, e quindi ne guadagnerebbe l’economia dell’intera area EU.

I vantaggi per l’industria italiana da una rigorosa protezione dei diritti di proprietà intellettuale sulle CII sono notevoli. Il nostro paese è abbastanza debole in molti settori della ICT (cfr. Fig. 1-5) ed il tessuto industriale italiano composto prevalentemente da piccole e medie imprese (PMI) non brilla certo per grandi investimenti in R&S. Se non vogliamo confinare l'Italia ad un futuro da comprimario nella leadership tecnologica e vogliamo incentivare l'investimento in ricerca abbiamo solo da guadagnare proteggendo le innovazioni. Ciò, oltretutto, può risolvere almeno in parte i problemi di finanziamento delle piccole imprese (chi brevetta innovazioni ha maggiore accesso al credito) e di crescita dimensionale delle stesse (chi innova cresce). Và però notato che tradizionalmente le PMI sono meno propense a brevettare le proprie innovazioni. Talvolta preferiscono tenerle segrete (il che peraltro limita la diffusione della conoscenza) o trovano troppo complicato o costoso brevettarle. In questo senso sono auspicabili un monitoraggio della situazione e la creazione di forme di consulenza amministrativa e legale e di finanziamento per le PMI innovative.

In assenza di una normativa europea completa e armonizzata sui brevetti per le CII, il settore del software e tutti i settori high-tech che fanno uso di software nelle loro applicazioni sono in gran parte limitati all’impiego del copyright (e dei segreti commerciali) come forma di protezione della proprietà intellettuale. Per questo motivo, se si vuole promuovere l’innovazione in questi settori, è assolutamente prioritario che ci sia uno sforzo notevole di protezione dei copyrights da fenomeni di pirateria informatica, di scambio illegale del software e di scaricamento illegale da siti non autorizzati.

Un aspetto recente ed interessante del mercato del software è l’emergenza dell’Open Source Software (si pensi al sistema operativo Linux, al server Apache, ed al browser Firefox Mozilla). In sostanza, questo tipo di software è sviluppato in forma volontaristica (benché lautamente incentivata da alcune imprese commerciali e da una serie di stimoli di carriera per i programmatori coinvolti) e distribuito spesso gratuitamente. Tuttavia, le imprese che lo distribuiscono gratuitamente guadagnano dai servizi di manutenzione collaterali (si pensi all’attività di Red Hat o Novell). In questo modo, il costo effettivo d’uso di molti di questi OSS è simile ai loro equivalenti offerti da imprese commerciali (che spesso ottengono un pagamento per la licenza d’uso e offrono gratuitamente i servizi di manutenzione collaterali).

L’aspetto positivo dell’OSS è che ha creato nuove forme di innovazione rivelatesi sorprendentemente efficaci ed in grado di esercitare una pressione virtuosa sulle imprese commerciali e leader di settore (gli sforzi di Microsoft nello sviluppo di Vista sono probabilmente legati a doppio filo alla minaccia proveniente da Linux, un sistema operativo creato inizialmente da uno studente finlandese e poi migliorato negli anni da programmatori di tutto il mondo). Del resto va notato che il modello di R&S legato all’OSS è assai diverso da quello legato al software proprietario. Un paragone può servire ad illustrare la questione. Si pensi alle enciclopedie. Da un lato ci sono quelle tradizionali, generalmente sviluppate con un forte investimento pluriennale, con il coinvolgimento di esperti selezionati accuratamente e compensati adeguatamente, e sotto una supervisione centralizzata ed altrettanto esperta. Dall’altro, ci sono le enciclopedie online come Wikipedia, che si sviluppano in modo totalmente decentrato tramite il contributo volontario di persone non necessariamente esperte ma che desiderano dare limitati contributi e aggiornamenti in vari campi. Il trade-off che emerge è chiaro. Le enciclopedie tradizionali sono una fonte certa di informazioni accurate, di un bilanciamento fra voci derivante da una visione complessiva, benché possano diventare progressivamente superate dai fatti più recenti. Wikipedia fornisce informazioni spesso assai aggiornate, ma la natura del sapere è talvolta dubbia, il bilanciamento delle informazioni inadeguato. Quando vorremo informazioni sicure e documentate su un fatto storico ci rivolgeremo all’enciclopedia tradizionale, quando vorremo un’informazione generale su un fatto recente ci rivolgeremo a Wikipedia, ma ormai entrambe le fonti di informazioni sono utili, e di certo non vorremmo mai affidarci alla sola Wikipedia e ai suoi inesperti compilatori. La coesistenza di ricerca per OSS e software proprietario assume aspetti assai simili a quelli delle enciclopedie tradizionali e Wikipedia. Come recenti lavori econometrici hanno mostrato, la ricerca per OSS è spesso sbilanciata verso software per utenti esperti, verso software che richiede forte assistenza (e quindi guadagni tramite i servizi collaterali), verso la soluzione di problemi semplici di software noti, ed in vari altri modi. E’ invece inefficace per problematiche più complesse, per sincronizzazioni di upgrades e per l’ottenimento di livelli efficienti di backward compatibility.

Un aspetto più problematico dell’OSS riguarda le forme di distribuzione. Molte di queste, a partire dalla nota General Public License (usata inizialmente nel 1981 da Richard Stallman, leader del Free Software Movement) pongono forti restrizioni sull’uso commerciale che se ne può fare. I problemi emergono in quanto molti software e molti apparecchi che ne fanno uso contengono molte innovazioni che possono essere soggette a brevetti, copyrights o anche a segreti commerciali. Ciò crea una situazione asimmetrica fra imprese di OSS e imprese di software proprietario e che va a discapito delle seconde. Da un lato le imprese che seguono modelli di OSS e incorporano nei loro prodotti software proprietario possono coprire i costi relativi ed ottenere profitti anche senza richiedere un prezzo per dare in licenza i loro prodotti: infatti, possono guadagnare dai servizi di manutenzione e da altri servizi collaterali. Oltre a ciò, il recente approccio antitrust europeo è addirittura apparso favorire l’esproprio forzato di innovazioni brevettate e protette da segreti commerciali a favore del settore open source (si veda la parte del caso Microsoft relativa all’interoperabilità ed il discussion paper preparato nel 2005 dalla Commissione Europea e che ha aperto il dibattito sulla riforma dell’approccio EU all’abuso di posizione dominante con pratiche predatorie). Dall’altro lato, le imprese commerciali che seguono un modello di business legato alla concessione di licenze per software si trovano nell’impossibilità di commercializzare i propri prodotti senza infrangere le condizioni restrittive degli OSS (che appunto impediscono spesso la commercializzazione). Questa asimmetria può creare gravi danni al settore e può perfino rivelarsi deleteria per l’innovazione.

In conclusione, al fine di rafforzare l’investimento in R&D e la crescita, la protezione dei diritti di proprietà intellettuale tramite brevetti e copyrights per l’ICT andrebbe stabilità in modo più preciso a livello normativo (senza essere rimessa in discussione a livello antitrust) e andrebbe garantita in modo più efficace a livello concreto.

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Fig. 1. Esportazioni di beni ICT
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Fig. 2. Richieste di brevetti ICT presso l’European Patent Office
c
Fig. 3. Percentuale di richieste di brevetti ICT all’EPO

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Fig. 4. Richieste di brevetti ICT presso l’European Patent Office
e
Fig. 5. Brevetti high-tech nel 2001
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Fig. 6. R&S/Fatturato, imprese  US, Computer, Telecommunications and Electronic Components.
Linea continua: NBER index, Linea tratteggiata: Top Firms

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Fig. 7. Brevetti US su CIIs

Il contenzioso Ue-Microsoft rischia di frenare la R&S di P. Longo, da Italia Oggi (9 Settembre 2006)

Microsoft trova alleati importanti nella controversia contro la Commissione Europea. Proprio in un momento cruciale della partita che contrappone il colosso di Redmond all'organo Ue. Giovedi' 4 parlamentari europei hanno espresso le loro perplessita' in merito alla posizione della Commissione, che lo scorso 12 luglio ha punito Microsoft con una multa di 280,5 mln euro e gia' nel 2004 aveva comminato un'ammenda da 497 mln.

"L'inchiesta contro Microsoft ha causato incertezza circa i principi legali che regolamentano lo sviluppo dei prodotti in vista del loro lancio in Europa", hanno scritto i parlamentari in una lettera indirizzata al Commissario alla Concorrenza Kroes. I timori dei parlamentari vanno ovviamente ben oltre il caso Microsoft: "Siamo preoccupati del fatto che le conseguenze delle azioni della Commissione stiano mettendo a rischio l'obiettivo dell'Europa di diventare l'economia piu' competitiva e dinamica knowledge-driven del mondo entro il 2010".

Se la Kroes aveva infatti motivato la scelta di infliggere una seconda multa a Microsoft sostenendo che "e' quando non ci sono condizioni di concorrenza che si rallentano la ricerca e lo sviluppo tecnologico", la dottrina economica mette in guardia sui rischi di costringere un'azienda a rivelare i propri segreti industriali, come nel caso della diffusione dei codici sorgente di Windows, soprattutto in termini di disincentivo ad investire in R&S.

"Cosi' si ignora il vero motore degli investimenti in R&S, che e' la prospettiva di un profitto derivante dai diritti di proprieta' intellettuale", spiega Federico Etro, professore associato di Economia all'Universita' degli Studi di Milano, che non crede che "le richieste della Commissione a Microsoft di svelare segreti industriali possano incentivare altre imprese a investire in ricerca e sviluppo. A mio parere, insistere in una politica di erosione dei frutti dell'innovazione puo' solo ridurre gli incentivi ad investire in R&S nei settori piu' avanzati, dove peraltro l'Europa sta gia' rimanendo indietro".

Proprio il punto affrontato nella lettera dei parlamentari Ue, in cui si manifesta l'allarme destato dal fatto che "una delle societa' tecnologiche di maggior successo al mondo consideri l'atteggiamento della Commissione Europea un fattore di rischio. Questo pone le societa' europee in una situazione di svantaggio competitivo rispetto alle altre aziende nel mondo, che hanno accesso a queste tecnologie. Il che implica che le azioni della Commissione stanno mettendo a rischio la capacita' di tali aziende di competere globalmente". Microsoft ha infatti fatto sapere che il lancio del nuovo sistema operativo Vista in Europa rischia di essere ritardato per via dello stallo con la Commissione.

In piu' occasioni la Commissione ha inviato a Microsoft rilievi sul prodotto, ma cio' che lamenta l'azienda e' che l'Ue non abbia fatto sapere se ritiene soddisfacenti le risposte date dalla stessa Microsoft. "Si crea in questo modo una doppia incertezza", spiega Etro. "In primo luogo, sul fatto che i frutti dell'R&S passata non vengano raccolti da chi in ricerca ha investito; poi, l'azienda non sa neppure quali mosse debba compiere per evitare decisioni Antitrust che la obblighino a diffondere i suoi segreti commerciali".

Al di la' dei costi di un lancio ritardato di Vista, per la stessa societa', stimati in centinaia di milioni di dollari in termini di ricavi (Windows conta per il 30% dei ricavi del gruppo e il 60% dell'utile operativo), "la mancanza di una risposta chiara da parte dell'Ue crea un'incertezza sul destino dell'innovazione in un settore cruciale. Mi sembra legittima la richiesta di fronte al lancio di prodotto cosi' importante di avere chiarificazioni sulla correttezza da un punto di vista dell'Antitrust", sostiene Etro. Senza contare che, secondo studi recenti effettuati in 6 Paesi europei, per ogni dollaro di ricavi per Microsoft derivante da Windows Vista nel 2007 l'indotto ne trarrebbe 16. Secondo tali ricerche, nei primi 12 mesi dal lancio il programma potrebbe costituire addirittura un driver importante anche in termini di crescita occupazionale.

Microsoft, un'altra stangata, da Italia Oggi (13 Luglio 2006)

VIDEO CNBC, a cura di M. Pira (13 luglio 2006, CNBC).

Continua la lotta tra Microsoft e la Commissione Europea. Dopo la multa da 497 mln euro inflitta nel 2004 dall’allora Commissario alla Concorrenza Mario Monti, oggi e’ giunta la notizia, attesa da giorni, di un’ulteriore ammenda da 280,5 mln euro che il colosso di Redmond sara’ costretto a pagare.

Se la cifra corrisponde a 1,5 mln euro al giorno dal dicembre 2005 ed e’ dunque inferiore agli oltre 4 mln euro che potevano essere comminati a Microsoft, a partire dal 31 luglio l’azienda potrebbe essere costretta a pagare il doppio nel caso in cui non dovesse soddisfare le richieste della Commissione. 

E’ proprio sull’incertezza di tali richieste pero’ che Microsoft punta il dito: “abbiamo consegnato migliaia di pagine di documentazione tecnica dal dicembre 2004 ad oggi”, si legge in una nota dell’azienda Usa. “Quando e’ apparso chiaro che c’erano disallineamenti sulle specifiche della documentazione tecnica richiestaci, abbiamo cercato di ottenere maggiori delucidazioni, abbiamo prontamente mandato le nostre revisioni, abbiamo offerto assistenza tecnica illimitata, fino a rendere disponibile il nostro codice sorgente (il Dna di Windows, ndr) ai concorrenti nel tentativo di superare l’impasse”.

“La vera questione aperta non riguarda l’aver aderito alle richieste, ma la chiarezza delle richieste stesse”, prosegue Microsoft. “Avendo ricevuto una precisa indicazione della documentazione da presentare soltanto lo scorso mese di aprile, in soli tre mesi abbiamo provveduto a fornire quasi la totalita’ dei documenti richiesti”.

Insomma, la multa arriva proprio nel momento in cui Microsoft stava cercando di adempiere alle richieste della Commissione, per il cui il limite e’ previsto per la fine di luglio. Lo stesso Commissario per la Concorrenza Neelie Kroes ha affermato di sperare che “la documentazione tecnica fornita recentemente da Microsoft le
permettera' di conformarsi e che l'applicazione di ulteriori sanzioni non si rivelera' necessaria".

La mossa della Commissione e’ giunta inoltre prima della decisione della Corte del Lussemburgo sull’appello Microsoft, riguardante anche la questione della prima multa. “Mi sembra una scelta strategica da parte della Commissione in vista dell’appello”, commenta a Mf-Dow Jones Federico Etro, Professore Associato di Economia presso l’Universita’ degli Studi di Milano.

Al di la’ del timing, ci si interroga sulla valenza della scelta di multare Microsoft per limitare comportamenti anticoncorrenziali. La dottrina economica infatti evidenziava il rischio che costringere un’azienda a rivelare i propri segreti industriali come ha fatto Microsoft con i codici sorgente di Windows possa frenarne gli sforzi in termini di ricerca e sviluppo. “E’ quando non ci sono condizioni di concorrenza che si rallentano la ricerca e lo sviluppo tecnologico”, ha spiegato la Kroes.

“Cosi’ pero’ si ignora il vero motore di tali investimenti, che e’ la prospettiva di un legittimo profitto derivante dai diritti di proprieta’ intellettuale”, sostiene Etro. “Non credo che le richieste della Commissione a Microsoft di svelare i propri brevetti e segreti industriali frutto di anni di lavoro e investimenti possano incentivare altre imprese ad investire in R&S”.

Secondo l’esperto, non e’ neppure scontato che Microsoft abbia una posizione monopolistica nel marcato mondiale del software pur detenendone un’ampissima quota di mercato: “Nei settori della New Economy la competizione e’ per il mercato, non nel mercato, il che vuol dire che e’ normale che il leader abbia una grande fetta dei consumatori: chi innova e crea il prodotto migliore conquista gran parte del mercato”.

“Cio’ non toglie”, prosegue Etro, “che ci sia sempre una forte competizione da parte di altre imprese che cercano di innovare per sostituire l’azienda leader. In sostanza, è la pressione competitiva che induce Microsoft ad investire tanto in R&S (il colosso Usa dedica fra il 15-20% del proprio fatturato a tali investimenti, ndr)”.

E la teoria per cui Microsoft sia un leader sottoposto a forti pressioni competitive e’ suffragata dalla sua politica di prezzo. Studi di economisti dimostrano infatti che il prezzo ottimale del software Windows per un monopolista sarebbe pari a quello dell’hardware, che in media è poco sotto i 1000 euro, il che comporterebbe un prezzo medio per pc di circa 2.000 euro. Attualmente il prezzo di Windows e’ invece pari a 40-50 euro, tanto che il prezzo medio di un pc con Windows si aggira sui 1.000 euro. In altre parole, Microsoft non si comporterebbe come un monopolista, ma come un’impresa leader limitata da forti pressioni competitive.

Competizione UE, serve più tutela da Italia Oggi (Giugno 2006)

Proteggere la competizione e tutelare il consumatore. E’ questo lo spirito di fondo che ispirera’ il dibattito presso la Commissione Europea sulla riforma dell’Articolo 82 del Trattato Ue che iniziera’ il 14 giugno.

Il Commissario alla Concorrenza, Neelie Kroes, intende cambiare l’approccio su cui si basa l’interpretazione dell’Articolo che ha per oggetto l’abuso di posizione dominante. Secondo l’approccio attuale, definito legalistico dalla dottrina, un’impresa e’ dominante se agisce indipendentemente dalle altre e detiene una quota di mercato abbastanza grande, e abusa  di tale posizione semplicemente se assume comportamenti volti ad escludere concorrenti dal mercato.

Viceversa, il Commissario punta a introdurre un approccio economico, o consumer-based: nell’identificazione di posizioni dominanti la rilevanza e’ per l’effetto nel breve e medio-lungo termine sui consumatori. “Quello che conta e’ punire le strategie che possano penalizzare i consumatori, un approccio simile a quello su cui si fonda l’Antitrust americano”, spiega Federico Etro, Professore Associato di Economia Politica all’Universita’ Statale di Milano.

Ecco quindi che tra le proposte che verranno discusse c’e’ anche l’idea di introdurre per le imprese dominanti la possibilita’ di difendersi dimostrando che le proprie strategie creano guadagni di efficienza e vantaggi per i consumatori. “Tuttavia la proposta attuale esclude tale meccanismo di difesa per societa’ che detengono una quota di mercato superiore al 75%”, con una sorta di presunzione di abuso di posizione dominante. “Il che implica che anche strategie a vantaggio dei consumatori verrebbero penalizzate a priori se assunte da tali imprese”, specifica l’esperto.

Tanto piu’ che recenti dottrine economiche dimostrano come sia errato associare automaticamente quote di mercato considerevoli al potere di mercato. “E’ proprio quando imprese leader affrontano una forte concorrenza che adottano strategie aggressive, ad esempio riducendo i prezzi, il che porta ad un incremento della propria quota di mercato”.

 “Questo a maggior ragione in settori high tech o nel farmaceutico, in cui i costi maggiori sono quelli di R&D e dove la competizione non e’ nel mercato, ma per il mercato”, prosegue Etro. “Di conseguenza, la clausola del 75% di quota di mercato non e’ a mio parere nell’interesse dei consumatori, ne’ ha alcun fondamento teorico. Più in generale, a mio parere, nella proposta attuale della Commissione si enfatizza ancora troppo l’elemento della quota di mercato nella definizione di posizione dominante”.

Nel Discussion Paper sull’applicazione dell’Art. 82, redatto lo scorso dicembre si affrontano in particolare alcune tipologie principali di abuso di posizione dominante, tra cui il prezzo predatorio, vale a dire la strategia in base alla quale un’azienda fissa un prezzo molto basso per escludere dal mercato i concorrenti e poi rialzare il prezzo nel lungo periodo, il bundling, ossia la combinazione di due o piu’ prodotti venduti insieme.

Proprio il bundling e’, con l’interoperabilita’, uno dei elementi costitutivi del caso Microsoft. “La vicenda Microsoft e’ un esempio di come il vecchio approccio possa non essere in sintonia con l’interesse dei consumatori”, sottolinea Etro, ricordando come il colosso di Redmond sia stato costretto a mettere sul mercato una versione di Windows senza Media Player, ma come i consumatori di fatto abbiano continuato a preferire la versione bundled.

Infine oggetto di discussione a Bruxelles sara’ l’interoperabilita’. Per Etro la proposta di dicembre e’ pericolosamente ambigua: “da un lato sottolinea l’importanza della difesa dei diritti di proprieta’ intellettuale per promuovere gli investimenti, dall’altro lascia nel dubbio i criteri secondo cui un’impresa potrebbe essere forzata a rivelare i propri segreti commerciali”.

“L’obbiettivo di fondo della riforma e’ positivo, ma le modalita’ in cui e’ stata stesa la proposta attuale lasciano parecchi dubbi. E’ mancato insomma il coraggio di fare passi maggiori nella direzione annunciata, quella di una protezione maggiore dei consumatori e della concorrenza, non dei competitori”.

Fusioni e Campioni di M. Ruta (Aprile 2006)

Di che cosa ha bisogno l’Europa, di campioni nazionali o europei? Questa domanda e’ apparsa su numerosi giornali da quando alcuni governi di paesi membri dell’Unione Europea sono intervenuti per ostacolare la fusione di imprese nazionali con imprese di altri paesi. I casi sono fin troppo noti e non richiedono di essere ridiscussi in questa sede: Endesa/E.On, Unicredit/Hvb, Suez/Enel, solo per citarne alcuni. L’argomento rimane attualissimo, come dimostrano alcune reazioni alla fusione Abertis/Autostrade.

Prima di parlare di campioni nazionali o europei e’ necessario fermarsi a riflettere un momento sull’idea stessa di “campione”. Non mi risulta che ne esista una definizione scientifica, ma nel linguaggio comune il campione e’ una impresa che si vuole favorire per permetterle di vincere nella competizione internazionale, da cui il termine“campione”. In quest’ottica, fusioni tra imprese nazionali sono da alcuni giudicate essenziali per la creazione di campioni nazionali, mentre concentrazioni cross-border, cioe’ tra imprese di diversi paesi dell’Unione, sono per altri la chiave di volta per la nascita di campioni europei.
Come riportato dal Rapporto sull’Economia Europea 2006 dell’Advisory Group del CESifo, l’attivita’ di fusione (o concentrazione) tra imprese in Europa e’ fortemente aumentata negli ultimi anni. Mentre in passato i processi di fusione riguardavano essenzialmente imprese americane e inglesi, attualmente le fusioni sono un fenomeno che in Europa e’ cresciuto sia per il valore economico delle imprese che si integrano, sia per aver incluso settori finora esclusi come le utilities, sia perche’ attualmente riguarda in maniera crescente concentrazioni cross-border. In Europa le fusioni sono una conseguenza dell’integrazione economica del continente e della globalizzazione che provoca simultaneamente l’aumento della dimensione del mercato e delle pressioni competitive. Cio’ spinge le imprese in diversi settori a fondersi e ristrutturarsi nel tentativo di guadagnare efficienza, che si puo’ ottenere attraverso economie di scala, o di diminuire la concorrenza.
Infatti, le concentrazioni hanno principalmente due effetti contrastanti sul benessere sociale. Agli aumenti di efficienza, che in ultima analisi si riflettono su prezzi piu’ bassi, corrisponde un aumento del potere di mercato delle imprese che si integrano, il che ha l’effetto di segno opposto sui prezzi. Piu’ precisamente, in assenza di guadagni di efficienza, una fusione aumenta il potere di mercato delle imprese che si integrano, che possono alzare i prezzi di vendita con ricadute positive sui profitti, e riduce il benessere dei consumatori (il surplus del consumatore) e della societa’ in generale. Il discorso pero’ cambia se una concentrazione tra due imprese ne aumenta l’efficienza: ad un incremento di competitivita’, per esempio dovuto ad una riduzione dei costi per unita’ di prodotto, corrisponde una riduzione dei prezzi ed un aumento del surplus del consumatore e del benessere sociale. Inoltre, la recente analisi teorica e evidenza empirica mostra un secondo rischio derivante dalle concentrazioni: e’, infatti, necessario un livello sufficiente di competizione per stimolare l’innovazione e, quindi, l’efficienza stessa. In generale, quindi, l’effetto di concentrazioni tra imprese e’ ambiguo e dipende dall’entita’ degli aumenti di efficienza indotti dalle fusioni.
Le discussioni sui campioni alla luce di questa analisi perdono di significato e rischiano di diventare pura retorica. Da un punto di vista sociale il problema non e’ di promuovere campioni nazionali o campioni europei, ma di bloccare quelle concentrazioni che portano a bassi incrementi di efficienza e di avallare quelle per cui la perdita di competizione sul mercato e’ piu’ che compensata da un aumento di efficienza nella produzione.

Allora perche’ in Europa governi nazionali ostacolano le fusioni cross-border e insistono sull’utilita’ dei campioni nazionali? In un recente lavoro, Motta e Ruta (2006, Merger Politics in an International Union, Work in Progress, European University Institute.) dimostrano che in una unione internazionale come l’UE, le considerazioni di governi nazionali e autorita’ dell’Unione possono differire. Cio’ avviene per due ordine di ragioni. Primo, i governi nazionali rispondono al proprio elettorato e prendono in considerazione solo l’effetto delle fusioni sul benessere nazionale. A differenza della Commissione Europea, che ha il dovere di vigilare sulla concorrenza nell’Unione, i governi nazionali non si sentono responsabili per gli effetti anti-competitivi delle concentrazioni, se non per quella frazione di consumatori che risiedono nel proprio territorio. Spesso piu’ determinanti sono le considerazioni sui profitti delle imprese: per il governo di un singolo paese, gli effetti sui profitti sono rilevanti solo se le imprese (e la proprieta’) sono situate sul proprio territorio. In sintesi, esistono delle genuine valutazioni economiche che spingono governi nazionali a far ricorso alla retorica dei campioni nazionali e promuovere concentrazioni di imprese nazionali che sono talvolta inefficienti da una prospettiva sovranazionale. Come esempio, si consideri il caso limite in cui una fusione, inefficiente dal punto di vista dell’Unione, avviene tra due imprese situate in un piccolo paese e che esportano la quasi totalita’ del prodotto. La fusione, anche se inefficiente, ha un effetto positivo sui profitti delle imprese, per via dell’aumento del potere di mercato, e negativo sui consumatori. Solo il primo effetto viene preso in considerazione dal governo nazionale, poiche’ i consumatori sono per lo piu’ cittadini di altri paesi dell’Unione.
Il secondo ordine di ragioni per cui governi nazionali sono portati a preferire concentrazioni nazionali e’ legata alla “politica dei campioni”. Politici nazionali possono essere motivati da considerazioni non economiche nel loro appoggio alla formazione di campioni nazionali. A differenza dei consumatori, che rappresentano un interesse diffuso, le imprese hanno la capacita’ di organizzarsi politicamente ed influenzare le decisioni dei governi. Questo contrasto tra interessi particolari dei produttori e generali dei consumatori e’ ormai un classico della recente letteratura economica che trova applicazioni e conferme nella teoria del commercio internazionale, nella teoria della regolamentazione, oltre che alla politica antitrust e industriale. In questo contesto politico, un governo nazionale puo’ essere indotto a usare la retorica dei campioni nazionali per appoggiare delle concentrazioni che sono inefficienti sia dal punto di vista dell’interesse generale dell’Unione che da quello nazionale, solo perche’ cio’ favorisce alcune lobby industriali. Cio’ sara’ maggiormente vero in quei settori che per propria natura sono politicamente piu’ sensibili, come energia e servizi bancari. In una Unione divisa, considerazioni politiche piu’ che economiche inducono i governi nazionali a ostacolare aggregazioni cross-border a favore di concentrazioni nazionali.

Campioni nazionali o europei dunque? Nessuno dei due. L’Unione Europea deve promuovere concentrazioni efficienti di imprese – dove “efficiente” ha il chiaro significato di avere guadagni di efficienza che compensino per l’aumento di potere di mercato del nuovo soggetto - e bloccare le fusioni che non corrispondono a questo criterio. I governi nazionali, in base a considerazioni genuinamente economiche – che non tengono conto dell’interesse generale dell’Unione - e a motivazioni piu’ prettamente politiche, tendono ad appoggiare fusioni tra imprese nazionali, anche quando tali aggregazioni risultino meno efficienti di fusioni cross-border e a ricorrere alla retorica dei campioni nazionali per motivare le proprie scelte. In quest’ottica, il ruolo della Commissione Europea nel promuovere un sistema industriale competitivo e libero dal concetto vuoto di “campione” e’ essenziale.

Microsoft-EU alla Resa dei Conti (Aprile 2006)

Nel prossimo mese si decideranno le sorti del caso antitrust Microsoft vs EU, un caso di grande interesse non solo per i destini del mercato del software, ma anche per il futuro della politica antitrust Euopea ed anche dell’innovazione nel nostro continente. Nel 2004 Monti punì Microsoft per abuso di posizione dominante con una multa colossale, le impose di offrire una versione di Windows senza l’applicazione Media Player e di garantire l’interoperabilità con i software delle altre imprese. Quest’ultima rimane la questione più spinosa, dato che la Commissione non ha mai chiarito cosa pretendesse esattamente da Microsoft, ma si è dichiarata insoddisfatta ad ogni nuova concessione dell’impresa americana.

Ad oggi, nonostante Microsoft abbia offerto in licenza i propri brevetti e anche vari segreti industriali, un gratuito supporto tecnico a chi volesse acquistare tali licenze e anche l’accesso gratuito ai codici sorgente di Windows (che rappresentano il DNA di un sistema operativo, la componente ultima per capirne il funzionamento e permettere l’interoperabilità), ciò potrebbe non bastare. Tra una settimana, la Commissione potrebbe infliggere una multa giornaliera di 2 milioni di Euro (retroattiva dal 15 dicembre 2005) per non aver garantito l’interoperabilità, mettendo Microsoft in maggiore difficoltà nell’appello di fine aprile, nel quale si discuterà sul merito dell’intera questione.

Si noti che strategie di questo tipo da parte dell’accusa, cioè della Commissione, sarebbero impensabili negli Stati Uniti, dove c’è parità fra accusa e difesa di fronte ad un giudice terzo anche nei casi antitrust (qualcosa su cui pensare nella riforma della politica per la competizione europea). Per contro, la Commissione è consapevole di arrivare all’appello con ragioni indebolite rispetto a due anni fa. Microsoft ha dovuto immettere sul mercato Windows senza Media Player e nessuno l’ha comprato: segno che ai consumatori non aveva particolarmente nuociuto la strategia di bundling (ossia di vendita congiunta dei due prodotti). Ha anche messo a disposizione dei propri concorrenti i propri brevetti ed il codice sorgente e nessuno li ha presi in licenza proprio in Europa: segno questo, che le esigenze di interoperabilità da parte dei concorrenti non dovevano essere così drammatiche.

Di fronte alla vigilia di questi appuntamenti, voglio però sottolineare un aspetto che è più importante per i cittadini del braccio di ferro fra Microsoft e la Commissione. Ciò che si chiede oggi insistentemente all’impresa di Redmond costituisce un fatto con cui tutte le imprese dei settori high-tech si dovranno confrontare. Nel bene o nel male, Microsoft è stata forzata non solo a mettere in vendita i propri brevetti, cosa che dovrebbe restare volontaria, ma persino a rivelare i propri segreti industriali, compreso quello che rappresenta la vera forza innovativa di questa impresa: il codice segreto del sistema operativo più usato al mondo. Brevetti e segreti industriali costano anni di lavoro, enormi investimenti e tanto rischio imprenditoriale. E’ facile immaginare quanti incentivi si possano avere a rinnovare tali investimenti di fronte ad espropri forzati di proprietà privata, ancorché proprietà intellettuale. Oggi tocca a Microsoft, ma domani potrebbe toccare a un’altra impresa di successo in settori high-tech!

A mio parere, insistere in una politica di erosione dei frutti dell’innovazione ed in particolare di brevetti e segreti industriali può solo ridurre gli incentivi ad investire in R&S nei settori più avanzati, dove peraltro l’Europa e ancor più l’Italia stanno già rimanendo indietro. Recentemente il Commissario Kroes ha cercato di reindirizzare la politica antitrust verso la difesa e della competizione invece che dei competitori. Nella recente bozza di revisione dell’approccio Europeo ai casi di abuso di posizione dominante (sulla quale si sta aprendo il dibattito) si è riproposta di rimettere in primo piano l’interesse dei consumatori, sia di oggi che di domani. E’ bene che persegua in questo buon proposito. Anche nel prossimo mese.

Su questo tema vedi anche G. Mastrantonio, 2006, TRA MITO ED ANTITRUST: IL CASO MICROSOFT ALL’INDOMANI DELL’ORDINANZA DEL PRESIDENTE DEL TRIBUNALE CE

Economia ed elezioni politiche in Italia: commenti dopo il duello Prodi-Berlusconi in TV di P. Longo, da Italia Oggi (16 Marzo 2006)

Il dibattito televisivo Berlusconi-Prodi lascia aperti molti punti interrogativi sulle questioni economiche affrontate dai programmi elettorali delle due coalizioni. E’ questo il parere degli esperti che MF-Dow Jones ha interpellato oggi, secondo i quali di fatto sono pochi gli elementi su cui si e’ fatta maggiore chiarezza. Il focus e’ tutto sulla politica fiscale e di spesa pubblica (e quindi anche sulla costruzione di infrastrutture), con la proposta di Romano Prodi, candidato premier del Centrosinistra, di ridurre il cuneo fiscale di 5 punti percentuali. Un obiettivo che per l’attuale Presidente del Consiglio e candidato per il Centrodestra, Silvio Berlusconi, non sarebbe attuabile perche’ intaccherebbe le pensioni future.

Dopo il dibattito di ieri sera “restano dei dubbi sul finanziamento di tale riduzione del 5%, che Prodi prevede di effettuare in un anno”, spiega a Mf-Dow Jones Lorenzo Codogno, capo economista per l’Europa di Bank of America. “L’impatto sarebbe infatti significativo” e le misure proposte da Prodi per raccogliere i fondi necessari non convincono del tutto l’esperto. “L’aumento della tassazione sulle rendite finanziarie difficilmente portera’ molti soldi in cassa, mentre la lotta all’evasione fiscale di solito e’ una misura di facciata”, afferma l’economista, secondo cui neppure l’armonizzazione tra i contributi per i lavoratori stabili e quelli precari generera’ particolari risorse (Prodi intende aumentare il costo del lavoro precario a vantaggio di quello stabile, colmando l’attuale gap).   “Insomma, rimane un’area grigia per il finanziamento del taglio del 5% del cuneo fiscale, per cui probabilmente sara’ necessaria l’abolizione della seconda tranche di riduzione delle aliquote prevista dal Governo Berlusconi. Prodi non ha citato l’abolizione dei sussidi alle aziende, ma si fa fatica ad arrivare all’importo necessario per il taglio del cuneo fiscale, anche perche’ se il leader dell’Unione non ha negato un incremento dell’Iva, comunque sono scettico sul fatto che ci possa essere una tale misura. Politicamente sarebbe una mossa molto difficile e l’Iva in Italia e’ gia’ molto alta”, continua Codogno.

  “Credo pero’ che l’idea di fondo di Prodi di ridurre il cuneo fiscale sia appropriata perche’ l’Italia soffre di perdita di competitivita’ e la misura potrebbe aiutare in tal senso”, precisa Vincenzo Guzzo, economista di Morgan Stanley. “Meno convincente e’ certo l’aspetto quantitativo, sul come la misura verra’ finanziata: una tassazione a circa il 20% delle rendite finanziarie non sara’ sufficiente, mentre per la lotta all’evasione e’ sempre difficile fare ragionamenti di breve termine”.   “Il progetto di per se’ e’ senza dubbio lodevole, ma e’ ancora poco chiaro se le misure necessarie per finanziarlo saranno sufficienti. Cosi’ come non e’ immediato capire se il taglio del cuneo fiscale comportera’ una riduzione dei benefici pensionistici. Molto dipende in tal senso anche dalla politica monetaria”, continua l’esperto di Morgan Stanley. E’ pur vero, d’altro canto, che la perdita di competitivita’ che il nostro Paese sta registrando e’ nei confronti di Paesi caratterizzati da bassissimo costo del lavoro, come la Cina, e che quindi difficilmente si potra’ recuperare terreno, anche con misure che incidano sul costo del lavoro. “Il processo di deindustrializzazione, con una produttivita’ industriale italiana stagnante ormai da tempo, e’ ineluttabile e il trend negativo continuera’, con una maggiore pressione sul settore dei servizi”, commenta Guzzo. Ma questo non significa che non si possa renderlo meno doloroso. “Anche in tale contesto si potrebbe fare qualcosa per alleviare le difficolta’ del settore manifatturiero. I 32 punti che separano quanto il lavoratore si trova in busta paga e quanto paga l’impresa sono un livello decisamente alto se confrontato con quello degli altri Paesi. Sicuramente la misura proposta da Prodi non ci restituisce competitivita’ nei confronti dei Paesi emergenti, ma rende la fase di transizione meno dolorosa”, sostiene Guzzo.

“La proposta di ridurre il cuneo fiscale e’ assolutamente positiva, ma Prodi non ha detto in alcun modo come recupererebbe il gettito perso dopo una riduzione del 5%”, sostiene anche Federico Etro, capo economista della Task Force sulla Competizione della Camera di Commercio Internazionale e Professore Associato di Economia Politica presso l’Universita’ degli Studi di Milano. “Le possibilità che realisticamente il Centrosinistra puo’ avere in mente sono aumentare altre imposte, sulle rendite finanziarie o l'Iva, ridurre le pensioni dei lavoratori dipendenti o ridurre la spesa pubblica. La reticenza di Prodi sulla questione rende meno credibile la proposta, che di per se’ sarebbe tuttavia positiva”, prosegue Etro, che evidenzia come il candidato dell’Unione sia stato reticente anche in merito alla tassazione delle rendite finanziarie. “E' certo che nella sua coalizione c'e’ chi vorrebbe aumentare notevolmente la tassazione delle rendite finanziarie. A mio parere ogni discorso in merito e’ fuori luogo, dato che la questione reale e’ solo quella di armonizzare davvero tale tassazione a livello europeo. Trovo preoccupanti annunci anche velati di aumenti unilaterali della tassazione delle rendite perche’ possono solo avere l'effetto di fare scappare risparmi e quindi investimenti dal nostro Paese o aumentare l'evasione fiscale”.

Se restano dubbi su come la proposta di Prodi di tagliare il cuneo fiscale verrebbe messa in atto, Codogno sottolinea come anche Berlusconi non sia stato chiaro sulle indicazioni di politica fiscale futura. “Il premier e’ sembrato piu’ impegnato a dare i risultati conseguiti dal suo Governo negli ultimi 5 anni che non a parlare del futuro. Ad ogni modo, e’ possibile che in caso di vittoria alle elezioni il Centrodestra continuera’ nella sua politica di riduzione graduale delle aliquote e abolira’ o ridurra’ gradualmente l’Irap”. Ma per Marco Cecchi de’ Rossi, managing director di Fitch Italia, “nella tassazione il problema e’ semplificare il numero delle aliquote e riequilibrare la tassazione in funzione degli obiettivi. Sono due i problemi che pendono sulla struttura del fisco italiano: la ricomposizione delle aliquote tra rendite e profitti e quella della tassazione del reddito goduto e del reddito differito. Sono problemi che incidono su temi come la sanita’ e la previdenza”, oltre che sull’allocazione delle risorse tra rendita e impresa. “La vera questione che rimane da un punto di vista del rapporto con i mercati per l’Italia e’ colmare il gap di credibilita’: per troppi periodi successivi si sono annunciati obiettivi eccessivamente ottimistici in termini sia di crescita economica che di controllo del debito, che poi non sono stati realizzati. La manovra 2006 e’ stata fatta con intenti lodevoli ed era auspicata dal mercato, ma la sua applicazione pratica e’ da verificare. E soprattutto spettera’ al prossimo Governo”, continuano a Fitch. Le misure che verranno introdotte potranno incidere anche sul rating di credito che l’agenzia ha sul nostro Paese (al momento l’outlook e’ negativo). “Da un punto di vista del credit rating, quello che conta sono sia il numeratore che il denominatore del rapporto debito/Pil”, prosegue Cecchi de’ Rossi. “Si e’ interrotto infatti il processo di riduzione del debito e di creazione dell’avanzo primario, in questi anni non si e’ fatto abbastanza per incrementare la produttivita’ italiana”. Il mercato dunque per il direttore di Fitch Italia si aspetta “azioni, non intenzioni, su due fronti: la ripresa del controllo del debito e la creazione di avanzi primari e l’applicazione concreta di misure che portino alla crescita della produttivita’”. E anche la politica delle infrastrutture dovra’ essere concreta: “le opere vanno fatte quando ci sono i finanziamenti, occorre farle con risorse pubbliche e di mercato. Si tratta solo di fare buona alta amministrazione”, specifica Cecchi de’ Rossi.

Certo, le infrastrutture richiedono un dispendio di risorse notevole e la loro sostenibilita’ per Codogno di Bank of America e’ una questione aperta. “I miei studi confermano da un lato l'esistenza di un gap infrastrutturale notevole per molte regioni italiane rispetto alla media europea”, mette in evidenza Federico Etro, “e tale gap e’ diminuito negli ultimi anni ma non ancora abbastanza, e dall'altro l'importanza delle infrastrutture per incentivare la crescita nel lungo periodo”. “L'intervento ambiguo di Prodi sulla questione del metodo e i noti problemi sulla Tav”, aggiunge l’economista della Cattolica, facendo riferimento all’opposizione al progetto di alcune forze politiche del Centrosinistra, “sembrano confermare che il Centrosinistra sia politicamente peggio attrezzato per avviare o proseguire importanti opere pubbliche. Per quanto riguarda invece altre decisioni strutturali fondamentali come le liberalizzazioni, purtroppo non ho sentito parole rassicuranti da ambo le parti”. Liberalizzazioni che per Codogno sarebbero pero’ necessarie al nostro Paese. “A mio parere”, commenta l’esperto, “l’Italia ha bisogno di una dose massiccia di riforme per la crescita, di deregulation e di liberalizzazione dei mercati dei prodotti e del lavoro, di privatizzazione per ridurre l’ancora ampia presenza dello Stato e di uno scossone nella Pubblica Amministrazione, che nonostante assorba enormi e crescenti risorse e’ ancora in larga parte inefficiente”.

“Comunque, secondo i sondaggi, l’elettorato preferisce piu’ protezione sociale e spesa sociale che non tasse inferiori e riforme dal lato dell’offerta. Secondo noi, una vittoria di uno dei due contendenti potrebbe offrire un anno di opportunita’ per effettuare alcune riforme market-friendly, prima che i disaccordi all’interno delle coalizioni riducano ancora una volta i margini per effettuare le riforme”, puntualizza Lorenzo Codogno di Bank of America. “Anche perche’ il sistema di voto proporzionale ha portato a coalizioni molto allungate, a una maggiore frammentazione e incertezza politica, che hanno portato i due contendenti a diluire per cosi’ dire il messaggio dei loro programmi elettorali”, conclude Vincenzo Guzzo di Morgan Stanley.

Un Approccio Economico alla Politica Antitrust di F. Etro (Ottobre 2005)

Un gruppo di prestigiosi economisti ha recentemente proposto di adottare un approccio alla politica antitrust che giudichi gli abusi di posizione dominante sulla base dei danni al benessere dei consumatori: si veda il Rapporto “An Economic Analysis to Article 82” . In alcuni interventi, il Commissario Europeo N. Kroes ha sostanzialmente accolto questo suggerimento, suscitando animate reazioni in un senso e nell’altro. A nostro avviso un approccio maggiormente orientato ai consumatori costituirebbe un importante passo in avanti per la promozione della competitività e dell’innovazione e quindi della crescita nei mercati europei, nonché per un miglior apprezzamento delle politiche comunitarie da parte dei cittadini europei, di cui non manca il bisogno di questi tempi.

Vorrei qui sottolineare alcuni aspetti che ritengo estremamente importanti del Rapporto succitato ed in generale del nuovo approccio economico alla politica della competizione. Innanzitutto il nuovo approccio afferma la necessità di una solida analisi economica di tipo sia teorico che empirico per analizzare le questioni caso per caso: ciò di per sé si scontra contro l’approccio formalistico che vorrebbe far rientrare ogni fattispecie in casistiche predefinite dalla giurisprudenza.

In secondo luogo, il nuovo approccio tende ad associare gli abusi di posizione dominante con le strategie anti-competitive, ossia quelle che creano perdite di benessere per i consumatori: sostanzialmente strategie che finiscono per determinare aumenti dei prezzi o riduzioni della qualità dei prodotti nel presente o anche nel futuro. Ciò renderebbe superflua l’identificazione preliminare di una posizione dominante attraverso ad esempio gli indici di concentrazione: questo aspetto si scontra con la vecchia tradizione economica che vedeva negli indicatori strutturali il mezzo per identificare il grado di competitività di un settore e l’eventuale presenza di posizioni dominanti.

Teorie più recenti delle leadership di mercato hanno ampiamente dimostrato che quegli indicatori hanno ben poca validità nel mostrare il grado di efficienza e competitività, soprattutto di mercati dinamici e innovativi come quelli della New Economy. Queste ultime teorie hanno piuttosto enfatizzato l’importanza prioritaria della libera entrata, che, grazie alla sua pressione o addirittura alla sua potenziale minaccia, riesce a tramutare le imprese leader da agenti accomodanti (e quindi anticompetitivi) in agenti aggressivi, ossia propensi ad abbassare i prezzi ed investire di più in qualità e ricerca (e quindi procompetitivi). Laddove vi siano forti investimenti in R&S, grandi costi fissi associati a costi variabili costanti o decrescenti, nonché fenomeni di learning by doing o network externalities, l’aggressività delle imprese leader è ancor più rafforzata: quindi, sotto queste condizioni, che sono tipiche di molti mercati della New Economy, è naturale vedere imprese dominare settori specifici anche laddove l’entrata di competitori è sostanzialmente libera. Ecco che in questi casi, solo analisi economiche più sofisticate possono delineare il limite fra strategie competitive che non precludono una efficiente organizzazione della produzione e veri e propri abusi di posizione dominante.

Infine, ma in linea con i punti precedenti, virtualmente ogni strategia può avere effetti pro- e anti-competitivi, magari gli uni nel breve periodo e gli altri nel lungo (questo è il caso di prezzi predatori) o viceversa (come per i prezzi eccessivi che inducono entrata e quindi competizione dinamica nel lungo termine). Il Rapporto succitato porta ad esempio molti casi di strategie di prezzo, bundling di prodotti, rapporti esclusivi, discriminazioni di prezzo e così via. L’analisi economica è la sola che possa discriminare fra i vari effetti e determinare i benefici o i costi netti per i consumatori. In effetti oggi possediamo il bagaglio teorico e le conoscenze statistiche ed econometriche per affrontare tali questioni confidenti di poter meglio salvaguardare gli interessi dei consumatori.

Il nocciolo della politica per la concorrenza, secondo i più recenti intenti del Commissario Kroes, dovrebbe essere la difesa non tanto dei rivali delle imprese leader, bensì dei consumatori e del loro benessere. Se si concorda con tale presupposto, si deve convenire che solo un approccio economico, o, come dicono gli economisti citati, “effect-based”, può garantire la difesa dei consumatori.

OSSERVATORIO PARLAMENTARE. Istituto di Cultura Politica: Le nuove frontiere della brevettabilità - Computer e nuove tecnologia

Brevetti, Innovazione e Crescita di F. Etro (Giugno 2005)

Nell’economia globale crescere è ormai sinonimo di innovare, specialmente nei settori ad alta tecnologia. In Europa questa necessità è fortemente sentita per colmare il gap di crescita e competitività con gli Stati Uniti e la strategia di Lisbona impegna i paesi europei in via prioritaria ad aumentare l’investimento in innovazione (dall’attuale 1.5/2% al 3% del PIL entro il 2010), in particolare nel settore privato. Per incentivare l'investimento privato in questa direzione occorre garantire che le imprese che innovano godano i frutti del proprio investimento. A ciò servono i diritti di proprietà intellettuale ed in particolare i brevetti: questi spingono le imprese a fare rischiosi investimenti in nuove tecnologie. Anche i sussidi alla ricerca aiutano in tal senso, ma sono una condizione necessaria e non sufficiente: nessuno investirebbe in innovazioni non protette da brevetti, ovvero che potessero essere imitate liberamente.

La teoria economica è piuttosto chiara sul ruolo dei brevetti per il benessere sociale. Brevetti più estesi o meglio protetti producono il beneficio sociale di aumentare l’investimento in innovazione (e con questo il progresso tecnologico), mentre il costo sociale è nella creazione di maggiore potere di mercato per gli innovatori che hanno conseguito i brevetti. Ne consegue che i benefici netti dei brevetti sono tanto maggiori nei settori in cui l’innovazione crea più crescita ed in cui la vita media di un’innovazione (prima di essere sostituita da un’ulteriore innovazione) è breve. Come è facile intuire, i settori dell’hardware, del software, delle telecomunicazioni e dell’Information and Communication Technology (ICT) in genere danno un forte contributo al progresso tecnologico odierno e sono caratterizzati da una rapida evoluzione delle tecnologie: si tratta quindi di campi in cui i brevetti apportano notevoli benefici sociali.

Gli Stati Uniti hanno scelto un forte sistema di brevetti e non a caso le imprese americane investono molto di più di quelle europee in R&S. Ciononostante, viene spesso propagandata una erronea tesi per cui i brevetti avrebbero limitato l’innovazione in certi campi della New Economy americana. Questa tesi non ha nessun fondamento empirico: quando nel 1981 in America si poterono brevettare anche le Computer-Implemented Inventions (CII), ossia le invenzioni che utilizzano software, la percentuale di fatturato investito in ricerca dalle imprese interessate passò dal 5% a oltre l'8% in una manciata d'anni per rimanere su livelli record fino ad oggi.

Rispetto agli Stati Uniti, l’Europa ha adottato un sistema meno estremo di protezione delle CII, delimitando le invenzioni brevettabili a quelle con un carattere tecnico ed escludendo quindi il puro software ed i metodi commerciali, che sono invece brevettabili negli USA. Attualmente si sta completando una Direttiva sulla brevettabilità delle CII per armonizzare la normativa vigente (oggi i 25 paesi della UE hanno ciascuno un proprio sistema brevettale) e incentivare l’innovazione. Si tratta di una iniziativa meritevole se in grado di confermare o possibilmente aumentare gli incentivi ad investire in R&D. Tuttavia, sono state avanzate diverse proposte che vanno nella direzione opposta, cioè di limitare ulteriormente la brevettabilità delle invenzioni, escludendo virtualmente interi campi della tecnologia digitale, della comunicazione audio-video, della tecnologia per automobili, elettrodomestici e altro ancora. Se tali restrizioni, finora inesistenti nella normativa europea, dovessero essere introdotte, le conseguenze sui settori europei ad alta tecnologia sarebbero disastrose, l'investimento fuggirebbe altrove e si aprirebbero le porte alle imitazioni di Cina e dintorni perfino in questo campo finora meno colpito dalla minaccia della produzione a basso costo. L'Unione Europea può dare una forte spinta alla crescita e all'innovazione proteggendo i diritti di proprietà intellettuale sulle CII. Se non lo farà perderà una grande opportunità e rischierà di contribuire al declino del ruolo europeo nell'economia globale.

I vantaggi per l’industria italiana da una rigorosa protezione dei diritti di proprietà intellettuale sulle CII sono notevoli. Il nostro paese è abbastanza debole in molti settori della ICT ed il tessuto industriale italiano composto prevalentemente da piccole e medie imprese (PMI) non brilla certo per grandi investimenti in R&S. Se non vogliamo confinare l'Italia ad un futuro da comprimario nella leadership tecnologica e vogliamo incentivare l'investimento in ricerca abbiamo solo da guadagnare proteggendo le innovazioni. Ciò, oltretutto, può risolvere almeno in parte i problemi di finanziamento delle piccole imprese (chi brevetta innovazioni ha maggiore accesso al credito) e di crescita dimensionale delle stesse (chi innova cresce).

Và però notato che tradizionalmente le PMI sono meno propense a brevettare le proprie innovazioni. Talvolta preferiscono tenerle segrete (il che peraltro limita la diffusione della conoscenza) o trovano troppo complicato o costoso brevettarle. In questo senso è auspicabile che la UE monitori la situazione e crei forme di consulenza amministrativa e legale e di finanziamento per le PMI innovative (e ci sono proposte positive in tal senso). Ciò aumenterebbe ancor più il beneficio sociale dei brevetti sulle CII, ossia l'incentivo a innovare e quindi a portare sul mercato nuovi prodotti, migliori e meno costosi.

Un Autogol Europeo (Dicembre 2004)

La recente decisione del Presidente del Tribunale di Prima Istanza europeo che ha confermato l'esecuzione dei pesanti provvedimenti contro Microsoft rappresenta una triste pagina per chi crede nei benefici della concorrenza e dell'innovazione tecnologica. In buona sostanza, oltre alla multa più imponente della storia dell'antitrust, si confermano due pericolosi precedenti. Il primo è la possibilità che un'impresa venga defraudata, per volontà di autorità antitrust, di segreti commerciali che sono costati anni di ricerca, quali i codici sorgente che Microsoft dovrà rendere pubblici in conformità con la decisione. Sarebbe come se si imponesse alla Coca Cola di rivelare il segreto della sua famosa bibita per garantire a tutti la libertà di copiarlo. Il secondo è il principio per cui autorità antitrust possono indirettamente impedire a un'impresa di abbassare i prezzi: sembra ridicolo ma Microsoft è stata punita per aver regalato Media Player (un'applicazione che permette di scaricare contenuti audiovisivi) con il proprio sistema operativo Windows. E' un po' come se si impedisse a un produttore di telefonini di predisporre gratuitamente una segreteria telefonica sui cellulari. E' chiaro che simili decisioni imporranno una vera e propria spada di Damocle sulla testa di tutte le imprese che vogliono investire in R&S in settori high-tech, rendendone incerti i rendimenti, addirittura col rischio di doverli dividere con rivali che non hanno neppure investito in essi. L'aspetto più triste è che a colpire l'innovazione sia proprio l'Europa, il cui principale problema di bassa crescita risiede proprio nella mancanza di innovazione!

Occorre tuttavia anche chiedersi quali sono le ragioni di un approccio europeo alla concorrenza così miope. Mi sembra di poter individuarne almeno tre. La prima deriva da una filosofia di antitrust obsoleta. Non si tratta di un giudizio assoluto. Ad esempio, molte delle iniziative di Mario Monti negli ultimi anni sono state non solo meritevoli, ma anche coraggiose. Tuttavia, la new economy richiede visioni nuove. Ciò che fa l'antitrust è tipicamente combattere le imprese dominanti e favorire la libera entrata così da avere quante più imprese in un mercato. Si tratta di una visione giusta per gran parte dei settori tradizionali, ma inadeguata per i settori high-tech, dove certe imprese sono dominanti per merito e non per barriere all'ingresso di altre imprese o per pratiche collusive. Queste imprese dominanti, come Microsoft, hanno vinto sul campo e sono forza trainante dei loro settori e dell'intera economia. Da qualche anno alcuni economisti, incluso il sottoscritto, si battono nell'arena della ricerca scientifica per evidenziare la necessità di una nuova visione per l'antitrust. Il fatto è che in settori particolarmente dinamici e aperti alla competizione un'impresa dominante svolge un ruolo "pro-competitivo" abbassando i prezzi, aumentando la qualità e incentivando l'innovazione: il fatto che sia dominante è la conseguenza di queste pratiche virtuose e non il segno di potere monopolistico. Ecco che accrescere il numero di imprese combattendo quelle dominanti non ha nessuna ragion d'essere: la meta delle autorità antitrust dovrebbe essere quella di favorire la libera entrata e non quella di combattere le imprese dominanti. Questa visione sta gradualmente facendosi largo nei paesi anglosassoni, meno nell'Europa continentale.

Una seconda motivazione per l'approccio europeo alla concorrenza risiede in una inadeguata comprensione del ruolo delle imprese leader nell'innovazione tecnologica. Gli stessi economisti sono abituati a pensare alle imprese leader come a imprese con minori incentivi ad investire in R&S. Si tratta di una visione del tutto controfattuale. Nel 2000 Microsoft investiva oltre il 16 % del suo fatturato in R&S, ma anche al di là di questo caso spettacolare, Intel investiva l'11,5 %, Motorola l'11,8 %, Nokia l'8,5 %, IBM, Hewlett Packard e Xerox fra il 5 ed il 6 % e così via. Il permanere di queste imprese sulla frontiera tecnologica nei loro rispettivi settori non è il segno di una posizione monopolistica tradizionale, bensì il frutto di alti investimenti. Teorie economiche recenti, riprendendo vecchie idee del grande economista austriaco Joseph Schumpeter, hanno messo in evidenza questo meccanismo. Ad esempio, nel settore del software non si può parlare di concorrenza in termini statici: la concorrenza è puramente dinamica, ossia incentrata sull'investimento in innovazione. Microsoft e i suoi rivali fanno ricerca oggi per venderne i frutti domani, e questi frutti sono prodotti migliori. Si tratta di una gara aperta a tutti, come in ogni campo della ricerca: chi ha l'idea migliore vince e domina finchè qualcun altro avrà un'idea ancora migliore. Non vi sono nemmeno brevetti a proteggere certe idee ( e certi investimenti). La gara è continua e i consumatori ne guadagnano quanto più è aperta e combattuta. Di fronte a questo tipo di competizione, nuovamente, la priorità deve essere quella di garantire la libera entrata, non di erodere i guadagni ottenuti dalle nuove idee. Combattere le imprese dominanti e i frutti della loro innovazione può solo deprimere quegli investimenti che sono oggi il principale motore della crescita.

Infine, c'è una questione culturale insita nella stessa concezione della politica dell'UE, che rappresenta un compromesso fra posizioni liberiste e dirigiste. Si tratta di un compromesso che ha portato verso derive di eccessiva centralizzazione e attivismo, di cui sono testimoni tentativi di coordinare tutto il coordinabile (e non sempre bene) nonchè ben note pratiche protezionistiche. Non è nemmeno escluso che vi sia una ispirazione protezionistica nel sanzionare e colpire duramente in Europa un'impresa americana come la Microsoft. Si tratterebbe di una ispirazione certo non più nobile delle altre, ma anche tristemente controproducente. Alla fine punirà soprattutto i consumatori europei, quelli di oggi, ma soprattutto quelli di domani. In realtà l'Europa avrebbe bisogno di promuovere l'innovazione, sussidiare le imprese che investono in essa, specialmente nei settori high-tech, la cui forza propulsiva alla crescita è potenzialmente enorme. Sfortunatamente, non sembra sia ancora arrivato il momento.

per il dibattito inerente al tema si veda l'intervento di F. Felice.

Euroentusiasti o Euroscettici? di F. Etro (Aprile 2002)

Cosa vuol dire essere euroentusiasta piuttosto che euroscettico? Secondo alcuni, accogliere con passione l’Euro – monetine da 1 e 2 Cents incluse! - e’ un chiaro segnale di euroentusiasmo. Per altri, difendere gli interessi nazionali in Europa e’ un sintomo di euroscetticismo come se la cooperazione dovesse essere immune da contrapposizioni. Altri ancora sostengono che la devolution verso il basso e’ in contrasto con quella verso l’alto e la simpatia per l’una o per l’altra rivela l’euroattitudine. I piu’ sofisticati hanno avanzato una linea di demarcazione ancora meno ambigua: siccome ci si avvia a riformare il processo decisionale comunitario verso scelte a maggioranza dei paesi membri invece che all’unanimita’ e siccome le prime sembrano piu’ facili da prendere, appoggiare l’unanimita’, ovvero il diritto di veto, consegna la patente di euroscettico e appoggiare le scelte a maggioranza semplice garantisce la medaglia di europeista convinto.
           
Queste classificazioni lasciano perplessi. L’Europa si avvia verso un sistema in cui diverse politiche saranno gestite a livello comunitario, nazionale o regionale: la vera questione e’ come suddividerle, ed e’ principalmente una questione economica. Sulla base di una serie di studi teorici che preparati in collaborazione con Alberto Alesina, dell’Universita’ di Harvard, e Ignazio Angeloni, della Banca Centrale Europea (vedi The Political Economy of International Unions, 2001, Harvard Institute of Economic Research d.p. 1939) risulterebbe efficiente delegare difesa e politica estera a livello europeo – oltre che politica monetaria e commerciale, come gia’ si fa - lasciare la politica fiscale e di redistribuzione a livello nazionale e devolvere alle regioni le scelte su beni pubblici locali o privati ma forniti pubblicamente (come scuola e sanita’). L’idea e’ che le politiche caratterizzate da forti interdipendenze fra le nazioni, economie di scala ed omogeneita’ di vedute andrebbero delegate all’Unione, mentre le politiche di interesse locale e su cui ci sono forti eterogeneita’ negli obiettivi andrebbero devolute a poteri locali: in termini economici cio’ che conta e’ il trade-off fra spillovers del coordinamento e i costi dell’eterogeneita’.

Come i miei coautori ed io abbiamo sostenuto, una Costituzione Europea dovrebbe essere il perno di tale processo di ripartizione dei poteri, anzi avrebbe gia’ dovuto esserlo fin dagli inizi dell’integrazione europea: le competenze dell’Unione dovranno essere precise e chiaramente delimitate, non vaghe come oggi. Ed e’ logico accompagnare tale fase costituente con una devolution verso le regioni – cosa che l’Italia sta facendo assai piu’ di altri paesi europei. Le devoluzioni verso l’alto e verso il basso sono e devono essere due processi complementari e non sostituti. Non e’ un caso se in Europa tendenze centrifughe verso il separatismo ed il federalismo e tendenze centripete verso entita’ sovranazionali sono emerse parallelamente negli ultimi vent’anni.

La stessa questione del veto ha poco a che vedere con l’euroattitudine. E’ vero che l’unanimita’ implica essere d’accordo solo su poche cose, ma implica anche essere d’accordo solo sulle cose piu’ importanti. Cio’ induce piu’ paesi ad aderire all’ Unione e alle sue politiche, ovvero a ridurre l’euroscetticismo, e in ultima analisi ad aumentarne i vantaggi per tutti. Viceversa, decisioni a maggioranza semplice implicano un’Unione che fa di tutto un po’, cosi’ da scontentare un po’ tutti i paesi, da ridurre i vantaggi dell’integrazione e da aumentare l’euroscetticismo. L’adozione di maggioranze qualificate sembra la soluzione migliore. Maggioranze semplici sono auspicabili solo laddove in loro assenza possa risultare difficile cambiare lo status quo, come nelle scelte sull’allargamento, in cui attualmente il veto di pochi abitanti europei puo’ compromettere i grandi benefici di una Unione Europea piu’ grande.

Nel nostro studio abbiamo individuato una tendenza inesorabile dei politici a centralizzare tutto e troppo, una volta al potere (si tratta di un problema di time-inconsistency, incoerenza temporale, come dicono gli economisti). In Europa questa tendenza o la sua stessa previsione inducono euroscetticismo. Ecco che una Costituzione Europea che definisca precisamente le competenze dell’Unione, una contemporanea devoluzione verso le regioni e decisioni prese a maggioranza qualificata dei paesi membri possono ridurre questo problema ed aumentare i benefici dell’integrazione europea: altro che euroscetticismo!

Diffidate da chi affibia etichette di euroattitudine sulla base di semplici classificazioni. Delegare responsabilita’ all’Europa significa gestire meglio politiche interdipendenti, ma anche rinunciare a un po’ di autonomia decisionale. In tale processo abbiamo tutti da guadagnare. La sola questione e’ fermarsi quando i benefici dell’Unione sono massimizzati, ovvero evitare che la politica porti a centralizzare troppi poteri a livello comunitario.

 

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