International Think-Tank on Innovation and Competition

Italian papers

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Intertic in italiano contiente molto materiale su innovazione e competizione che abbiamo diviso fra ARTICOLI GIORNALISTICI, ARTICOLI SCIENTIFICI e LIBRI SUGGERITI. Qui riportiamo alcuni esempi, mentre rinviamo alle relative pagine per ulteriore materiale.

Recuperare fiducia nell'Euro (19 Gennaio 2012)

Secondo il Fondo Monetario Internazionale quest’anno ci aspetta una caduta del Pil di oltre il 2%, e la crisi di fiducia nell’Euro rimane la principale fonte di incertezza che mina le possibilità di ripresa globale. E’ compito dell’Europa comprendere davvero perché si trova sotto attacco e mettervi rimedio. Manovre di aumento della pressione fiscale hanno ormai esaurito il loro compito e rischiano solo di peggiorare le cose. Serve altro.

Nel 2011 il deficit di bilancio dell’area Euro era al 4,1% del Pil, contro l’8,8% della Gran Bretagna, l’8,7% degli USA e l’8,3% del Giappone (fonte Economist). Il rapporto debito/Pil americano e inglese è simile a quello dell’Eurozona, ma in crescita, mentre quello giapponese è al doppio. Le prospettive di crescita nel medio periodo sono modeste in tutte queste aree. Di fronte a ciò, la pressione dei mercati sul debito di alcuni paesi dell’area Euro sembra riflettere non soltanto un problema di sostenibilità finanziaria quanto una generale sfiducia nella moneta unica, e la raffica di retrocessioni delle agenzie di rating ne è stata solo l’ennesima conferma.

Perché i mercati non credono nell’Euro? Se mettiamo da parte la Grecia, i cui deficit (9.5 %), debito (oltre il 160 % del Pil) e crescita (- 5,3% nel 2011) precludono ogni possibilità di evitare il default (e sarebbe meglio metterselo alle spalle invece che continuare in questo limbo straziante per i greci stessi), gli altri paesi pagano il conto di un’incertezza sistemica. Fra questi, l’Italia è divenuta il punto cardine, con una situazione paradossale in cui scenari multipli sono perfettamente possibili a parità di fondamentali dell’economia reale. Se i mercati continuassero a considerarci inaffidabili richiedendo alti tassi per i nostri debiti, ne soffrirebbero il credito alle imprese, le chance di ripresa e gli stessi conti pubblici, che alla lunga potrebbero esplodere, confermandoci come inaffidabili. D’altra parte, se i mercati riacquistassero fiducia e lo spread si abbassasse gradualmente, le manovre fiscali già fatte sarebbero sufficienti ad avviare il risanamento e la ripresa, confermandoci meritevoli di fiducia. Scenari opposti benchè a parità di fondamentali dell’economia (e non sorprende che la Banca d’Italia ormai faccia previsioni condizionate allo spread). Una situazione rara, ma che ogni tanto si presenta, e in cui tutto dipende dalla fiducia dei mercati.
Non tutta la fiducia, però, dipende da noi. Quella nell’Euro è cruciale, in un doppio legame che è ormai indissolubile. Ciononostante, resta confusione su come recuperare fiducia nella moneta unica, anche fra gli stessi governanti europei: ci provano con ripetuti vertici in cui si continua a decidere il nulla, con annunci di fondi salva-stati sempre più grandiosi ma vaghi, con complimenti fra leader e attestazioni di fiducia reciproca poco credibili e con richieste di solidarietà senza motivazioni (perché i tedeschi dovrebbero essere considerati egoisti se si rifiutano di pagare il debito altrui?). Il problema è altrove, viene da lontano, e per fortuna nostra sarebbe anche risolvibile. Per individuarlo occorre una microstoria della Banca Centrale Europea.

La moneta unica è nata per volontà politica ma anche perché prospettava indubbi vantaggi economici: maggiore integrazione commerciale, uno stop alle svalutazioni competitive che facevano soffrire i paesi a moneta forte ed un freno alle spinte inflazionistiche frequenti in paesi a moneta debole. Negli anni ’90 anni andava di gran moda l’idea che una banca centrale dovesse occuparsi solo di inflazione (regole e non discrezionalità, si diceva) e così fu stabilito per la Bce: la politica monetaria raramente espansiva ha mantenuto l’inflazione vicina all’obiettivo del 2 % e l’Euro forte, con enormi vantaggi per i paesi più produttivi come la Germania. Del resto l’eterogeneità dell’Eurozona precludeva alla Bce di intervenire per correggere congiunture economiche e di finanza pubblica a livello locale: a questo ci avrebbero pensato i governi nazionali con la politica fiscale. Sotto alcuni limiti, certamente, ma limiti presi poco sul serio, specie dai paesi ad alto debito. La crisi ha fatto il resto: le spese per i salvataggi bancari, le manovre controcicliche ed il crollo della produzione hanno spostato il problema del debito nei bilanci pubblici di tutto il mondo occidentale, facendo montare dubbi che qualche paese potesse rinunciare ad onorare il proprio debito. I dubbi riguardano tutti, ma alcuni paesi hanno un piano B, in cui ad intervenire è la banca centrale stampando moneta per acquistare titoli pubblici, così da abbassare i tassi d’interesse pagati dal governo e deprezzare la valuta spingendo l’economia. Il mercato lo sa, e gli speculatori preferiscono guardare altrove. L’Euro questo piano B se lo è precluso, vietando alla Bce di acquistare direttamente debito pubblico e precludendo l’istituzione dei cosidetti Eurobonds. Ma non solo: non si è neppure deciso come la Bce possa perseguire i suoi obiettivi quando alcuni dei paesi membri rischiano di uscire dall’Euro stesso.

Il problema di fiducia nell’Euro deriva dal fatto che nessuno sa cosa succederà in casi estremi (ormai all’orizzonte), semplicemente perché non lo si è deciso. Se non si vuole rischiare l’Euro, è tempo di permettere alla Bce di fare quello che possono fare tutte le banche centrali in circostanze eccezionali, cioè di essere il vero prestatore di ultima istanza, e di iniziare seriamente a pensare agli Eurobond all’interno di una riforma del coordinamento fiscale. Solo l’annuncio, dissolverebbe molta incertezza e potrebbe ridurre gli spread ed innescare lo scenario positivo che abbiamo descritto. E se questo non bastasse, avremmo comunque un piano B: monetizzare un po’ di debito potrebbe costarci un po’ di inflazione, ma farebbe ripartire l’economia grazie ad un Euro deprezzato e, soprattutto, salverebbe un grande progetto che non è solo economico.

 

Liberalizzare i taxi può convenire a tutti (18 Gennaio 2012)

Sulle liberalizzazioni ci giochiamo gran parte del futuro e della credibilità internazionale del nostro paese. Tutte, a partire da quella cruciale sull’energia, fino ad arrivare a quelle nei settori del credito, delle assicurazioni, dei treni regionali e del trasporto pubblico locale, che tanto potrebbero incidere sul costo della vita. Quella dei taxi, tuttavia, rimane la liberalizzazione dal maggiore impatto mediatico e valore simbolico: per le resistenze così accentuate da decenni, ma anche per le motivazioni così ben fondate. Come andrà a finire è presto dirlo, dipenderà da dettagli che appaiono in continuo mutamento. In questa fase vale la pena di ricordare quali sono le motivazioni economiche a favore della liberalizzazione dei taxi: paradossalmente sono proprio queste motivazioni a far emergere che da questa liberalizzazione si potrebbero avvantaggiare tutti, persino gli attuali taxisti!

Negli ultimi decenni, la già modesta disponibilità di taxi nelle grandi città non è aumentata col reddito e quindi con la domanda potenziale. Anche a Roma, dove un aumento c’è stato, ci sono a mala pena 3 taxi per ogni mille residenti, contro la decina che troviamo per le strade di Washington, New York, Dublino o Londra. Anche in molte altre città europee come Barcellona, Stoccolma, Praga e Parigi troviamo una densità maggiore di taxi. Fino ad oggi, la comodità di fischiare a un taxi e salirci sopra senza aspettare a lungo (e pagare in più per l’attesa) gli italiani possono viverla solo al cinema.
Esperienze straniere di liberalizzazione (di recente Dublino e Barcellona) ci insegnano che questa porta a una riduzione delle tariffe, non grande in valore assoluto ma netta nella direzione (insieme ad un crollo dei tempi di attesa). Ai prezzi attuali, la domanda è probabilmente molto elastica: una riduzione del prezzo di una corsa media di un euro potrebbe indurre un consumatore occasionale di dieci corse in taxi all’anno ad aggiungerne una buona manciata in più. In altre parole, l’utilità del consumo di taxi per i cittadini aumenta di molto con la liberalizzazione, mentre i ricavi medi di un taxista diminuiscono di poco.
Ogni nuova licenza crea nuovo lavoro, oggi precluso nonostante vi sia una forte disoccupazione fra giovani senza particolari qualifiche professionali ma muniti di patente e di tutti i requisiti oggettivi per guidare un taxi. Non lamentiamoci della disoccupazione se vietiamo la creazione di posti di lavoro per proteggere piccole rendite in tanti settori.
Una struttura di mercato con più taxisti detentori di più licenze ridurrebbe ulteriormente i costi medi di gestione aumentando l’efficienza (precisazione teorica: la libera entrata potrebbe attrarre anche troppe piccole attività individuali, ma all’ordine del giorno non c’è la libera entrata, bensì un ragionevole aumento del numero di licenze). Se i taxisti rifiutano persino di avere una nuova licenza gratis, regaliamone due a testa! Li renderemmo imprenditori più efficienti che possono affittare (giorno e notte) le loro auto magari a giovani e volenterosi immigrati (come a New York, dove nove taxi su dieci sono guidati da stranieri).
Liberalizzare vuole anche dire rivedere le tariffe decise a tavolino: sebbene qualche riferimento debba rimanere (sempre meglio le sole tariffe massime), non può che giovare ai cittadini se i prezzi possono essere meglio commisurati al tipo di servizio, al mezzo usato, alla zona e all’orario in modo competitivo. Perché salire su una Mercedes deve costare quanto su una Punto? E perché a Venezia i taxi a motore debbono essere solo imbarcazioni di gran lusso?
L’esistenza stessa di licenze ottenute gratis e ora rivendibili ad alto prezzo (prezzo che cambia nelle varie città da 50 mila a 200 mila euro in modo inversamente proporzionale alla densità di taxi) prova che vi sono rendite di posizione: nel Regno Unito, dove l’entrata è libera, non c’è mercato per le licenze.
Pensando alle liberalizzazioni dei taxi non mancano motivazioni legate alle così dette esternalità ambientali. Ad esempio, un maggiore utilizzo di taxi potrebbe ridurre l’uso di mezzo propri in città con tutte le conseguenze in termini di congestione del traffico e inquinamento atmosferico.
Inoltre, un accesso a prezzi inferiori al trasporto su taxi renderebbe tale soluzione preferibile per fasce critiche come gli anziani, i pendolari verso città ad accesso ristretto o a pagamento, e gli stessi giovani. Quanti incidenti si eviterebbero se al sabato sera i ragazzi trovassero più accessibile un ritorno a casa in taxi dopo un’allegra serata piuttosto che tentare azzardi ben noti!
Infine, il biglietto da visita italiano ricevuto da un turista che atterra a Malpensa è una tratta di 90 euro, circa 120 dollari per arrivare in centro a Milano (e va anche bene ora che l’Euro è deprezzato): senza eguali al mondo. A Roma sappiamo che può andare anche peggio se si incorre in un conducente poco onesto. Non è questo il modo di attrarre i turisti.

Alla luce di tutto ciò, i guadagni sociali di una liberalizzazione sono talmente grandi che è perfettamente possibile riformare il settore ricompensando i taxisti per le perdite che possono realisticamente attendersi: gli economisti direbbero che ci sono spazi per un miglioramento Paretiano (del più famoso economista italiano, Vilfredo Pareto), cioè che fa star meglio molti senza far star peggio nessuno. In altre parole, ci sono grandi guadagni da una liberalizzazione che sia ben congeniata. Ad esempio, un comune potrebbe vendere nuove licenze a chiunque le richiedesse (salvo avere i requisiti oggettivi di base) ad un prezzo opportunamente fissato; i ricavi dalla vendita sarebbero interamente distribuiti fra i vecchi licenziatari. I taxisti di oggi, potrebbero perfino guadagnarci se invece di bloccare le città si impegnassero a fare richieste ragionate alla loro controparte.

Crisi e Liberalizzazioni in Italia (12 Gennaio 2012)

Vedi anche E Ora sia il Pdl a Liberare le Mani alle imprese (Il Giornale, 12 gennaio 2012, p. 10)

In questi giorni, al tavolo delle grandi riforme che possono e devono raddrizzare il futuro del nostro Paese per gli anni a venire ci sono solo ministri tecnici insieme a sindacati e altre corporazioni a nome di una minoranza non rappresentativa dei cittadini italiani. Chi aveva eletto una maggioranza politica con una chiara visione fatta di minore spesa pubblica, maggiore decentramento fiscale e politiche liberiste sta rinunciando suo malgrado a veder realizzato il proprio mandato: le tasse aumentano, il federalismo è nel cassetto e le riforme sembrano in mano ad altri.

Il contraltare di questo deficit democratico, si dirà, è la salvezza del Paese. Monti ha sostanziato di tasse (di proprio gradimento) la manovra che aveva già predisposto il precedente governo, assicurando più o meno il pareggio di bilancio nel 2013. Di per sé ciò dovrebbe tranquillizzare definitivamente i mercati sulla sostenibilità del debito (nessuno può dubitare di chi spende quanto incassa, e saremmo praticamente l’unico paese a farlo). Ma non è così: lo spread è tale e quale lo aveva lasciato Berlusconi. Come mai? Primo, ci sono ancora istituzioni finanziarie internazionali che stanno aggiustando i loro portafogli sostituendo il nostro debito con quello di altri paesi, decisione che continuerà ad avere i suoi effetti per un po’. Secondo, la manovra di Monti è fortemente recessiva e sulla crescita non si è visto ancora nulla: un paese in cui si lavora poco e si pensa solo a difendere le rendite di bottega difficilmente può crescere e ripagare i propri debiti nel lungo periodo. Solo un netto cambio di direzione può darci la vera credibilità, ma il cambiamento non è il nostro forte. Qui dovrebbe intervenire la fase due del governo.

Il piano di Monti è chiaro: come ha portato insieme in Parlamento nuove tasse e riforma delle pensioni, presenterà insieme liberalizzazioni e riforma del lavoro. Deve solo decidere quanto spingersi su entrambi i fronti, il che dipenderà dall’umore di Pd e Pdl. In questa partita, il centro-destra deluso nella sua visione complessiva deve saper reagire pragmaticamente per portare a casa dei risultati. In ballo ci sono un vecchio sogno proibito quale il diritto delle imprese di assumere secondo le proprie esigenze economiche senza l’incubo di dover pagare a vita ogni singolo assunto (questa è l’abolizione dell’Art. 18), e ciò che dovrebbe essere l’essenza di un centrodestra liberale, la libertà d’entrata e competizione in ogni settore.

Non sarà qualche rivenditore di giornali in più a far crescere il Paese, si dice, ed è vero che penalizzare solo qualche categoria non porterebbe a nessun risultato (l’idea di fare una liberalizzazione per volta sarebbe una inutile follia politica). Tuttavia, e lo voglio dire senza giri di parole, questo Paese non ha alcuna speranza di tornare a crescere finchè non si liberalizzano tutti insieme i settori protetti e finchè resta l’attuale Art. 18, che deprime la produttività degli illicenziabili per ragioni economiche e preclude nuove assunzioni facendo scappare all’estero le imprese più produttive. Corporazioni e sindacati sono sul piede di guerra, proveranno di tutto per smussare ogni tentativo di cambiamento. Solo la politica può dimostrare di non essere solo un costo ma anche uno stimolo nella giusta direzione. E’ qui che il centro-destra deve saper cogliere questa chance unica in un quadro politico che non si ripeterà. Abbia il coraggio di spingere per ciò che è nel suo DNA, ciò che la stragrande maggioranza dei suoi silenziosi elettori si attendevano e si attendono.

E allora liberalizziamo i trasporti pubblici locali, apriamo l’energia alla concorrenza, quadruplichiamo il numero di notai, regaliamo nuove licenze ad ogni taxista, permettiamo alle edicole di vendere nuovi generi merceologici e ad altri di vendere quotidiani, lasciamo i giovani farmacisti trovare il primo lavoro ad un banco di supermercato con tutte le medicine che vuole, permettiamo ogni forma di competizione di prezzo fra avvocati e commercialisti (qua il numero non è un problema, il modo di fare ì prezzi si che è un problema), e così via per tutti i settori protetti in un colpo solo. O, più semplicemente, ripartiamo da capo decidendo che il diritto ad entrare e competere è libero in ogni settore, fatte salve nuove normative da rifare. E lasciamo che un’impresa possa assumere nuovi lavoratori in un periodo di ripresa economica senza l’assillo di non poter mai più tornare indietro quando gli affari vanno male (a costo di fallire pur di rispettare l’Art. 18). Questo sì che convincerebbe i mercati che l’Italia ha un futuro e che i nostri debiti saranno ripagati col nostro lavoro e la nostra crescita. Anche l’elettore di centro-destra deluso dall’esito di questa legislatura sarebbe ampiamente ripagato da queste novità. Ed il patrimonio politico di questa legislatura avrebbe un degno coronamento.

 

 

Se la Salute va sulla “Nuvola”, Sole 24 ore, Sanità (1 Novembre, 2011)

 

Cloud computing e sanità (25 ottobre 2011) Vedi anche Cloud computing e sviluppo economico: investire oggi per essere competitivi domani (ForumPA)

L'uso del cloud computing cambierà la società e l'economia nei prossimi anni. Si tratta di una nuova tecnologia che permette di sostituire hardware e software con collegamenti online a centri dati remoti. La logica del cloud, già nota ai consumatori finali tramite email e social networks (che sono proprio basati su servizi online), inizia ad espandersi al mondo del business e della pubblica amministrazione.

Trattandosi di una general purpose technology (cioè che si applica in ogni settore), i suoi vantaggi possono essere notevoli anche nella sanità. I primi esempi, nati fra l’anno scorso e quest’anno un po’ in tutta Europa, vanno dai più semplici ai più complessi. Da un lato l’ospedale Bambin Gesù di Roma ha spostato “sulla nuvola” il servizio email di duemilacinquecento impiegati, creando notevoli riduzioni di costi. Allo stesso modo, la Croce Rossa svedese ha portato sulla nuvola il sistema di coordinamento degli interventi creando non solo vantaggi di costo ma anche di efficienza nel servizio. Dall’altro lato, un centro di intervento cardiovascolare russo, Penza, ha adottato un sistema cloud per coordinare attività, diagnosi e decisioni su trattamento e intervento chirurgico portando tecnologie e cure altrimenti impossibili in luoghi remoti e poveri del paese. Infine, durante la pandemia H1N1 un servizio globale di cloud computing (in questo caso fornito sulla piattaforma Windows Azure di Microsoft) ha centralizzato e diffuso informazioni cruciali sulla diffusione dell’influenza.

Ma per capire a fondo l’importanza del cloud, occorre focalizzarsi sulla sua diffusione nel settore privato, che è iniziata prima e porterà ulteriori vantaggi. I vantaggi di costo sono sostanziali in tutti i settori privati, dai servizi, alla finanza, alla sanità, con risparmi di circa la metà della spesa in hardware e software. Quindi è prevedibile che la diffusione del cloud computing in azienda decolli velocemente, specie per PMI e nuove imprese che possono nascere basandosi subito su questa opzione. Ciò è anche auspicabile perché la diffusione del cloud potrà anche avere un forte impatto sull’economia. Infatti, spostando parte dei costi fissi in IT verso costi operativi, il cloud computing contribuisce a ridurre le spese fisse per iniziare nuovi business e quindi a promuovere la creazione di nuove imprese e con esse la competizione. Con vantaggi sociali in termini di maggiore produzione e più occupazione. E questo nei settori tradizionali dell’economia, in misura chiaramente collegata alla rilevanza dell’IT fra le spese di settore.

In uno studio recente abbiamo simulato l’impatto della diffusione del cloud in Europa, ottenendo risultati abbastanza incoraggianti: nell’arco di cinque anni potrebbe portare alla creazione di qualche centinaia di migliaia di nuove PMI, contribuendo alla creazione di circa un milione di nuovi posti di lavoro europei. Nel settore pubblico, i vantaggi in termini di efficienza sono altrettanto notevoli, e, soprattutto,il cloud consente innovazioni altrimenti impossibili, come fornire servizi in aree periferiche (cruciale non solo nella sanità, ma anche nella scuola), creare nuove applicazioni sulla nuvola che sfruttano la dimensione online e sviluppare modelli di gestione che permettono rapida espansione dell’utilizzo delle infrastrutture in periodi di intensa attività.

Per approfittare di questa nuova tecnologia però, nella sanità come in ogni altro settore, l’Italia deve recuperare un gap infrastrutturale. I benefici sociali della diffusione del cloud, in termini di incentivi alla creazione di nuove imprese con l’associato incremento di produzione e occupazione, saranno tanto maggiori quanto più rapida sarà l’adozione del cloud computing. Uno dei principali ostacoli (oltre alle preoccupazioni inerenti la privacy dei dati e il traffico internazionale degli stessi) è ancora la lentezza della connessione disponibile, pertanto sarebbe auspicabile un’accelerazione degli investimenti nella banda larga, anche con sussidi pubblici.

Saranno proprio le politiche pubbliche ad avere un ruolo centrale nella diffusione del cloud computing e sono cinque le azioni che potrebbero fornire la spinta decisiva: come detto, accelerare l’investimento nella banda larga per garantirne un’ampia e capillare diffusione su tutto il territorio; adottare soluzioni cloud nel settore pubblico (sanità, scuola, università), cosa che potrebbe incentivare anche i privati a fare altrettanto; coordinarsi a livello europeo per favorire la libera circolazione di dati e informazioni attraverso i confini nazionali; riunire ad un tavolo le autorità dell’UE che si occupano di standardizzazione e innovazione e le grandi società fornitrici di soluzioni di cloud computing, per fissare standard e regole relative all’interoperabilità di queste soluzioni; prevedere incentivi fiscali per chi (pubblico o privato) adotta soluzioni cloud.

TEORIE DEI CARTELLI E APPLICAZIONE AGLI ACCORDI DI STANDARDIZZAZIONE di Paolo Quatosi (2011)

Quando in un mercato le imprese concorrenti decidono di accordarsi per svolgere in collaborazione alcune delle loro attività, invece di affrontarle singolarmente, ci troviamo davanti a quello che viene definito un accordo di cooperazione orizzontale. Tale tipologia di accordi può riguardare molteplici attività, quali ad esempio la produzione e la vendita dei loro prodotti. Spesso ciò ha un impatto positivo sull’economia poiché permette alle imprese di razionalizzare i costi e compiere investimenti che singolarmente non potrebbe sostenere, basti pensare alla collaborazione che viene portata avanti da molte imprese nell’attività di ricerca e sviluppo. Capita però che le autorità antitrust debbano intervenire contro alcuni accordi e il motivo è che alla volte questi vengono siglati unicamente allo scopo di falsare il gioco della concorrenza. In effetti, non è difficile immaginare che in determinate circostanze le imprese decidano di collaborare per evitare di scontrarsi sui prezzi in modo da ottenere profitti maggiori. È ciò che accade normalmente nei cartelli.

Nel primo capitolo viene presentata una panoramica generale sulle teorie dei cartelli andando ad individuare le situazioni in cui le imprese sono incentivate a colludere e sotto quali condizioni decidono di farlo; vedremo anche quali sono i fattori che possono rendere un mercato più a rischio di un altro. A questo punto ci si trova davanti ad un problema: se da una parte gli accordi orizzontali possono portare un beneficio all’economia, dall’altra rappresentano potenzialmente una minaccia per la concorrenza nei mercati. Chiaramente non sarebbe saggio vietare questi accordi a priori, ma è necessario che le autorità vigilino per assicurare che non siano poste in essere condotte anticoncorrenziali. Un ulteriore problema è dato dal fatto che le imprese possono non sapere se un loro accordo verrà considerato lesivo della concorrenza oppure no. Per questo motivo la Commissione Europea ha fornito delle nuove linee guida sull’applicabilità dell’articolo 101 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea. L’articolo fornisce le condizioni per le quali un accordo sarà considerato illegittimo; dato però che le tipologie possono essere molteplici, le linee guida si occupano dei casi più rilevanti indicando quali comportamenti porteranno ad una bocciatura dell’accordo. Nel secondo capitolo vengono presentate le linee guida aggiornate fornite dalla Commissione, si è preferito però non riportarle nella loro interezza, ma concentrando l’attenzione sulle tipologie di accordi ritenute di maggior rilievo. In particolare mi sono concentrato sugli accordi di standardizzazione, che sono poi l’oggetto di studio dei modelli presentati nel capitolo successivo.

Gli accordi di standardizzazione prevedono che più imprese collaborino al fine di stabilire delle norme tecnico-qualitative che alcuni prodotti o processi devono rispettare per rientrare in uno standard. Quest'attività viene spesso svolta da organismi che raggruppano i maggiori operatori del mercato; possono però presentarsi dei problemi nelle fasi decisionali, soprattutto a causa dei differenti incentivi che le diverse tipologie di imprese hanno nel partecipare a tale attività. Nel terzo capitolo vengono riportati due differenti lavori che tentano di fornire delle soluzioni ai problemi che normalmente si presentano durante i processi di standardizzazione, dando anche delle indicazioni circa le politiche che le autorità dovrebbero adottare. Infine nell’ultimo capitolo riassumo i tratti salienti del caso Rambus, una società che è stata oggetto d'investigazioni da parte delle autorità antitrust negli USA e in Europa. Il caso risulta interessante in quanto nato in seguito ad un comportamento scorretto tenuto dalla società durante la sua partecipazione ad un organismo che si occupa della definizione di standard.

FUSIONI ORIZZONTALI: ANALISI TEORICA E APPLICAZIONI DI ANTITRUST di Stefania Rinaldi (2011)

In questo lavoro si tratterà uno degli argomenti di maggior rilievo nell’ambito dell’attività svolta dalle autorità antitrust nazionali e sovranazionali: le fusioni orizzontali. Una fusione fra due o più imprese è, infatti, un evento importante che può riguardare la struttura di un mercato e i suoi effetti, positivi o negativi, possono riflettersi non solo sul settore interessato, ma espandersi anche ad altri settori ad esso collegati, causando così una reazione a catena che può portare benefici o danni ad un elevato numero di soggetti. Seguendo la letteratura in materia, si tratterà in modo approfondito il tema delle fusioni, considerando di volta in volta un approccio diverso all’analisi. Inizialmente, si presenterà una parte introduttiva e descrittiva del fenomeno, al fine di inquadrarne le definizioni e le determinanti principali. In questa prima parte, si farà riferimento alla visione di Motta (2004) con un’attenzione particolare rivolta alle variabili che influiscono sul potere di mercato e ai guadagni d’efficienza che una fusione può generare.

Si farà riferimento ad alcuni paper classici sulle fusioni, in particolare, quelli di Salant et al. (1983) e Deneckere e Davidson (1985) che analizzano una situazione di oligopolio e numero esogeno di imprese, con scenari di competizione diversi, il primo è strutturato sull’ipotesi di competizione di quantità, mentre nel secondo si ipotizza competizione di prezzo. In entrambi i casi, si assume che la decisione di fusione sia esogena, andando così a studiare gli effetti sui profitti delle imprese e sul benessere del consumatore; il primo risultato sarà che gli outsider ottengono benefici superiori rispetto agli insider, i quali nel modello di competizione à la Cournot vedono addirittura ridursi i propri profitti. Infine, si osserverà un effetto negativo sul benessere dei consumatori, che subiranno un aumento del prezzo di equilibrio a causa della riduzione del livello di concorrenza all’interno del mercato. Successivamente si analizzeranno alcuni paper più recenti, riguardanti strutture di mercato endogene, tra cui Davidson e Mukherjee (2007) e Erkal e Piccinin (2009), per studiare come l’aggiunta di tale caratteristica vada ad incidere sui risultati ottenuti in precedenza. Se l’entrata è endogena, i profitti, generati in seguito ad una fusione, indurranno nuove imprese ad entrare nel mercato, le quali, inasprendo la concorrenza, riporteranno prezzi e profitti ai livelli pre-merger. A questo punto sarà possibile soffermarsi su importanti riflessioni circa l’operato delle autorità antitrust che, in strutture di mercato endogene, non dovrebbero temere eccessivamente le fusioni 1 Si ipotizza dunque che la fusione abbia luogo nonostante il problema di free-riding che genera il cosiddetto “paradosso delle fusioni” orizzontali, poiché esse saranno portate a termine solo qualora comportino significative sinergie di costo, risultando così benefiche per la società nel suo complesso. Nel corso del terzo capitolo, inoltre, si approfondirà l’importanza di un’ulteriore variabile, quella della differenziazione di prodotto, che gioca un ruolo fondamentale nella valutazione degli effetti di una fusione sul benessere del consumatore, rendendo di fatto ambiguo l’effetto netto sul benessere sociale di una fusione in tale contesto.

Nell' ultimo capitolo, invece, verranno esposti i tratti salienti della normativa antitrust, principalmente europea, in merito alle fusioni orizzontali, con l’approfondimento dei rimedi, strutturali e comportamentali, che l’autorità competente può imporre alle parti coinvolte nella
fusione. Infine, si passerà all’analisi di alcuni casi specifici di fusioni che sono state negli anni valutate dalle autorità antitrust europee ed italiane, cercando di ricollegare le considerazioni tratte dai modelli analitici ad alcuni contesti reali di mercato. I primi due casi, più datati, riguardano le fusioni fra Nestlè e Perrier e il progetto di jointventure fra ABB e Daimler-Benz, entrambi risolti con un’autorizzazione della Commissione Europea subordinata a specifici rimedi strutturali. Successivamente si analizzerà il caso italiano ENEL/Infostrada tramite il quale si potrà approfondire la cosiddetta “teoria degli effetti di portafoglio”, secondo la quale in alcuni casi una fusione orizzontale può minacciare la concorrenza anche in mercati non direttamente interessati dalla fusione stessa e si sottolineerà così l’importanza di una corretta definizione del mercato rilevante. Infine, si analizzerà il caso di fusione fra Oracle e Sun, recentemente autorizzata dalla Commissione Europea, dalla quale si teme possano in futuro derivare riduzioni del livello di concorrenza a causa del considerevole potere di mercato detenuto dal nuovo colosso venutosi a creare.

TEORIE DEL BUNDLING E APPLICAZIONE AL CASO IBM di Filippo Dozzi (2010)

La vendita abbinata di due o più beni che possono essere venduti anche separatamente è una pratica comune in molti mercati concorrenziali. Ne sono un esempio la vendita abbinata di scarpe con stringhe, di automobili con radio e di quotidiani con inserti: il primo esempio è da ricondurre ad una semplice, consuetudinaria e consolidata prassi di commercializzazione del prodotto, di cui potremmo fare molteplici esempi data la frequenza con la quale essa è presente sul mercato, mentre negli altri due casi dietro la scelta di offrire in un unico sistema i due prodotti vi è una strategia ponderata da parte dell’impresa che decide di implementarla. La nostra attenzione sarà rivolta esclusivamente alla seconda tipologia di esempio menzionato. Nel caso in cui si vendano due prodotti abbinati in proporzioni fisse, come ad esempio un computer con un sistema operativo, parliamo di bundling; quest’ultimo può essere ulteriormente distinto in puro e misto in base al fatto che sia possibile o meno acquistare i due beni anche separatamente (come il caso del computer e del sistema operativo).

Quando, invece, due prodotti sono venduti insieme, ma in proporzioni variabili si parla di tying, ne è un esempio un produttore di macchine del caffè che vincola i suoi clienti ad acquistare solo presso di lui il particolare formato di cialda necessaria. Il tying ed il bundling generalmente vengono adottati in mercati concorrenziali poiché tipicamente si tratta di strategie efficienti; rendono infatti possibile una diminuzione dei costi ed un miglioramento della qualità. La letteratura economica si è concentrata sull’analisi di queste strategie quando implementate da imprese con rilevante potere di mercato, ovvero quando queste possono indurre effetti sul benessere sociale o essere espressione di pratiche anticompetitive. Quanto detto si può verificare nel caso in cui tali strategie siano strumento di discriminazione di prezzo o di deterrenza all’entrata.È importante cercare di capire, attraverso le teorie economiche, l’impatto del bundling e del tying sulla concorrenza nei mercati unitamente all’appropriata risposta che le autorità antitrust dovrebbero dare in merito.

Queste problematiche, negli ultimi anni, hanno giocato un ruolo preponderante in molti rilevanti casi antitrust sia in Europa che negli Stati Uniti. Nel mio presente elaborato l’obiettivo è quello di esporre e cercare di descrivere come nel mercato le imprese implementino le strategie del tying e del bundling. Il primo passo è quello di andarle a definire per meglio comprenderle nei loro specifici aspetti. Secondariamente si analizzano le ragioni di efficienza, nonché strategiche, che portano le imprese presenti sul mercato ad adottare tali pratiche. Passando in rassegna i motivi che spingono ad implementare queste strategie si cerca di comprendere che effetto abbiano sul benessere sociale. Inoltre, con l’ausilio di modelli provenienti dalla letteratura economica, si spiega sotto quali ipotesi e in che modo le imprese adottino il tying ed il bundling unitamente ai risvolti che questi hanno nei confronti degli attori economici coinvolti. Questo è di rilevante importanza perché serve anche per dare una più chiara lettura sulle modalità di agire delle autorità antitrust dinnanzi a queste situazioni. Concludo con un esempio pratico che proprio in questi giorni si sta sviluppando e che sarà molto probabilmente oggetto di interesse in materia.

RESTRIZIONI VERTICALI. Analisi degli effetti concorrenziali ed evidenze empiriche con particolare attenzione alla pratica del franchising di Gianluca Agostoni (2010)

Il contesto competitivo dei mercati in epoca odierna è caratterizzato da un elevato grado di complessità dovuta alla molteplicità degli intermediari ivi operanti, al forte potere detenuto dalla grande distribuzione organizzata, alla progressiva saturazione dei mercati tradizionali e alla generale situazione di eccesso di offerta. Per questi motivi le imprese produttrici si trovano da un lato a dover affrontare la forza contrattuale di una serie di intermediari, prime tra tutte le grandi catene di distribuzione, e dall'altro dei margini di profitto sempre più ridotti. In questa situazione le restrizioni verticali giocano un ruolo fondamentale per le imprese produttrici in quanto esse consentono, alle imprese che le implementano, di ridurre il potere contrattuale degli intermediari e di raggiungere degli obbiettivi strategici nei confronti delle altre imprese concorrenti. Oltre al raggiungimento di questi risultati che, in alcuni casi, possono portare a delle perdite in termini di benessere sociale, le restrizioni verticali possono determinare dei guadagni di efficienza che portano a un complessivo miglioramento del benessere sociale. Naturalmente queste pratiche sono soggette, nei paesi dotati di adeguati strumenti normativi antitrust, all'analisi da parte di specifici organismi di controllo degli effetti complessivi di questi accordi in modo tale che la loro introduzione sul mercato non produca effetti negativi sul benessere sociale e più nello specifico sui consumatori finali. Dato il contesto competitivo appena descritto una pratica di marketing particolarmente in crescita negli ultimi vent'anni è il franchising. Esso racchiude al suo interno diversi tipi di accordi restrittivi e garantisce alle imprese che lo utilizzano di coniugare i vantaggi della separazione verticale con quelli di una struttura integrata verticalmente.

Il supporto delle intuizioni teoriche in questo senso è riscontrabile dall'evidenza empirica dalla quale emerge chiaramente e incontrovertibilmente che tale sistema di commercializzazione porta a dei vantaggi in termini di espansione del business, di riduzione del rischio, di controllo della catena verticale e di aumento di redditività per le imprese a monte rispetto ai sistemi tradizionali. A questa ultima parte è stato dedicato il terzo capitolo nel quale, per legare ancora di più alla realtà, oltre a riportare una molteplicità di dati riguardanti vari aspetti delle reti in franchising, ho descritto due casi di franchising di successo: McDonald's e Benetton. Interesse di questo scritto è quello di descrivere nel modo più approfondito e chiaro possibile quanto detto precedentemente avvalendosi dei contributi teorici offerti dalle varie scuole di pensiero nel corso degli anni, delle norme giuridiche, influenzate da queste ultime, poste in essere dalle istituzioni nazionali e sovranazionali legando il tutto dalla esperienza e dalle indicazioni provenienti dai mercati reali.

LE STRUTTURE DI MERCATO ENDOGENE E LA MACROECONOMIA di Sergio Cavriana (2010)

 

La gran parte della letteratura di organizzazione industriale si è concentrata sulla spiegazione di come la struttura del mercato inuenzasse il comportamento delle imprese presenti in esso e come questo, a sua volta, determinasse i risultati delle imprese stesse. La struttura del mercato, tipicamente, è stata assunta come un attributo non modicabile dello stesso che caratterizza inesorabilmente le sue sorti ed i suoi comportamenti. Il numero di imprese che lo popolano, le loro performance e in denitiva il presente e il futuro del mercato stesso sarebbero tutte caratteristiche derivanti direttamente dalle fondamenta inamovibili su cui esso sarebbe costruito. Similmente, l'analisi di fenomeni macroeconomici quali le reazioni dell'economia a diversi tipi di shocks (e le conseguenti scelte di policy da eettuare nei diversi casi), avente come base proprio i comportamenti microeconomici dei mercati si è spesso basata sugli stessi assunti. Grazie alla macroeconomia classica possiamo prevedere cosa accada, dopo un certo shock, all'offerta di lavoro e alla domanda di tempo libero da parte degli agenti. Nulla possiamo dire, però, di cosa accada a livello strutturale nei mercati stessi. Intuitivamente il numero di imprese presenti in un mercato, i mark ups e i profitti dovrebbero cambiare a seconda del ciclo economico. Se non si analizza la struttura del mercato, però, la variazione di queste grandezze importantissime non può ovviamente essere osservata.

La recente letteratura basata sull'approccio della strutture di mercato endogene (EMSs), invece, apre, la scatola nera del mercato, e ne osserva il funzionamento interno. Tipicamente questa operazione è condotta endogenizzando (e studiando la variazione de) il numero di imprese che compongono un mercato, o, a livello macroeconomico, microfondando i modelli su mercati la cui struttura sia conoscibile, quindi che presentino costi fissi e concorrenza imperfetta.

Questo lavoro si divide in due parti principali: La prima, microeconomica, vuole ripercorrere le origini di queste teorie e i maggiori
contributi (provenienti dall'analisi dell'economia industriale) apportati a queste. In questo contesto svilupperemo un piccolo modello dovuto principalmente a von Weiszäcker (1980) e Etro (2007a) per illustrare il primo grande passo compiuto da von Weiszäcker stesso verso queste nuove teorie. In seguito esporremo le generalizzazioni di Mankiw e Whinston (1986) della teoria di questo, nonchè il lavoro di Sutton (1991), che endogenizza anche i costi ssi d'entrata nel mercato, e infine un modello à la Stackelberg con struttura endogena sviluppato da Etro (2006, 2008) che porta a conclusioni sorprendenti, anche a livello di policy. La seconda parte si focalizza sulle applicazioni delle teorie di mercato endogene alla macroeconomia. Dopo una breve esposizione della microfondazione della macroeconomia classica e del modello dei real business cycles (cicli economici reali) basato su questa, si passa ad illustrare l'approccio EMSs alla macroeconomia, concentrandoci su Etro (2009). In particolare descriveremo un modello di equilibrio generale con struttura di mercato endogena, quindi un modello à la Solow elaborato da Etro (2009) che utilizza per spiegare la crescita non il capitale ma l'entrata di nuove imprese nel mercato. Infine vengono illustrati un modello di business cycle con struttura endogena e gli studi degli shock effettuati da Colciago ed Etro (2010), comprensivi di confronto con il modello real business cycle neoclassico.

Innovazione in presenza di esternalità di rete. Il Cloud Computing di Sara Pancotti (2010)

Questo lavoro di tesi pone la sua attenzione su una tecnologia innovativa quale il Cloud Computing ponendosi come obiettivo quello di mostrare come sia importante una politica Europea comune a tutti gli stati attenta non solo ad una tutela della concorrenza ma anche alla tutela di quei meccanismi particolari che consentono l’innovazione nei mercati caratterizzati da esternalità di rete. Il primo capitolo vuole essere un breve riassunto della produzione accademica riguardante quel fenomeno che gli economisti chiamano “esternalità di rete”. Ci si focalizzerà in particolare su un aspetto: la standardizzazione tecnologica. Verranno quindi analizzati i vantaggi per la società, gli incentivi per il raggiungimento della standardizzazione e anche quello che è un possibile rischio quando l’effetto di rete è troppo forte, il lock-in tecnologico tramite l’ausilio di modelli teorici di autori quali Katz, Shapiro. Oz, Shy. Nel secondo capitolo si introdurranno le caratteristiche principali del Cloud Computing, quale è l’offerta oggi disponibile sul mercato, i vantaggi e gli svantaggi connesi alla sua adozione e verranno suggerite, riprendendole da uno studio di Katz e Shapiro, strategie alle imprese fornitrici. Nella terza ed ultima parte, sono le politiche dell’Unione Europea in ambito dell’Information and Communication Technology ad essere analizzate. In una prima parte verrà sottolineata l’importanza per la crescita e lo sviluppo europeo della virtualizzazione connessa al Cloud Computing tramite una Innovazione tecnologica in presenza di esternalità di rete analisi di dati statistici e l’utilizzo di un modello teorico messo a punto da Etro (2009). Rimarcate le motivazioni che spingono l’Unione Europea a sostenere il Cloud Computing, se ne analizzeranno quindi le politiche focalizzandosi su quegli aspetti che sono emersi come importanti nei capitoli precedenti: la standardizzazione e la competenza legislativa.

Marketing 2.0 e Search Advertising di Alessandro Landini (2010)

Questo lavoro analizza le più recenti evoluzioni del Marketing, che è passato da un approccio inizialmente di massa, rivolto indistintamente a tutti i consumatori, ad uno sempre più personalizzato, teso a raggiungere i diversi target di pubblico secondo le loro specifiche esigenze. Il risultato è stato l’approdo a quello che molti economisti hanno subito ribattezzato «Marketing 2.0», una disciplina che si poggia interamente sulle più evolute piattaforme, caratterizzate da una spiccata interazione con l’utente (quali social network, motori di ricerca, blog, ed altri), e che ricadono appunto nel campo del cosiddetto Web 2.0. La locuzione, un termine utilizzato per indicare genericamente uno stato di evoluzione rispetto ad una condizione precedente, pone infatti l’accento sulle differenze con il precedente Web 1.0, composto prevalentemente da siti statici, che non prevedevano alcuna possibilità di interscambio di informazione sia tra azienda e navigatori, sia, soprattutto, tra gli utenti stessi. L’elaborato è stato suddiviso in tre sezioni: nella prima, dopo una breve introduzione al tema, ho analizzato, con un’ottica di “stampo” prettamente marketing, i diversi strumenti che caratterizzano il nuovo paradigma del “2.0”, soffermandomi in particolar modo su quelli più popolari ed innovativi, quali motori di ricerca, blog e social network. Il secondo capitolo, invece, si è focalizzato più su aspetti economici, tesi a capire come sia le aziende che gli utenti internet possano beneficiare, in termini di benessere, dell’utilizzo delle nuove piattaforme, per poi passare ad analizzare nel dettaglio il mercato dell’advertising sui motori di ricerca, che vedono negli ultimi anni crescere sempre più la quota di investimenti da parte delle imprese. Infine, nell’ultima parte si è trattato un caso aziendale di ricorso al Marketing 2.0.

Intervista sul Corriere delle Comunicazioni (Febbraio 2009)

 

La Commissione UE ci riprova con Gates. A che pro? (Libero, 23 Gennaio 2009)

 

Se Microsoft torna nel Mirino dell'Antitrust (La Voce, 20 Gennaio 2009)

 

Google senza rivali (La Voce, 11 Novembre 2008)

 

Il mercato della pubblicità su Internet (Ottobre 2008)

A dieci anni dalla sua fondazione, Google è il re incontrastato di Internet e del mercato globale della pubblicità online, un mercato sempre più rilevante e la cui efficienza è cruciale per tutte le imprese che vi fanno ricorso. Si calcola che la spesa mondiale in pubblicità sia di circa 400 miliardi di Euro, di cui almeno 25 spesi in online advertising, principalmente tramite link sponsorizzati nei motori di ricerca (search advertising) o banner allocati in tutti i siti web (display advertising). La spesa per la pubblicità su Internet è destinata a crescere in fretta poichè si naviga sempre di più e ormai anche attraverso nuovi strumenti, come i cellulari di ultima generazione. Inoltre, software sempre più sofisticati permettono di raggiungere meglio i destinatari delle pubblicità, dato che questa può essere allocata a seconda dei contenuti dei siti (contextual advertising) e perfino della storia delle ricerche dell’utente (behavioral advertising), una pratica, quest’ultima, che crea non poche polemiche sulla protezione della privacy.

Google è l’impresa leader nel campo, grazie al suo brillante motore di ricerca che raccoglie oltre il 60 % delle ricerche negli USA e oltre l’80% in quasi tutti i paesi Europei, con percentuali ancora superiori nei ricavi dovute alle economie di rete raggiunte nell’attrazione della pubblicità. L’impresa di Mountain View è leader incontrastato anche nel display advertising, specialmente dopo il recente acquisto di DoubleClick. A notevole distanza seguono Yahoo! e Microsoft, sostanzialmente le uniche alternative a Google nel mercato globale dell’online advertising. L’entrata di altre imprese è impraticabile nel breve-medio periodo, ed in qualità di leader Google è attualmente in grado di ottenere prezzi almeno doppi rispetto ai diretti rivali per ogni click sulla sua pubblicità. Inoltre riesce ad estrarre il massimo surplus possibile dai fornitori di pubblicità grazie ad un sistema di vendite all’asta dei link sponsorizzati o degli spazi disponibili sui siti di tutto il mondo. La rilevanza di questo mercato ha mantenuto alta la competizione in ricerca e sviluppo per la creazione di motori di ricerca e software sempre più efficaci, e la stessa impresa leader si è sempre distinta per forti investimenti in questo senso.

Negli ultimi mesi lo scontro per questo mercato è diventato più forte, col fallito tentativo di Microsoft di rilevare Yahoo! e con la successiva alleanza fra quest’ultima e Google, tuttora al vaglio delle autorità antitrust di Stati Uniti, Canada e Unione Europea. In pratica, Google ha offerto a Yahoo! la possibilità di utilizzare il proprio sistema di allocazione dei link sponsorizzati e della pubblicità - sebbene ciò sia limitato al Nord America, avrebbe influenza su tutti i mercati globali e sui siti nordamericani letti nel resto del mondo. Questo patto, inizialmente volto a difendere Yahoo! dall’offerta di acquisto di Microsoft, potrebbe avere conseguenze importanti sullo scenario futuro della pubblicità online.

Innanzitutto, il patto fra Google e Yahoo! è un’alleanza fra l’impresa numero uno e la numero due del settore, i cui effetti sono simili a quelli di una fusione che nessuna autorità antitrust permetterebbe. In secondo luogo, implica che Yahoo! ricorrerà a Google ogni qualvolta quest’ultima sarà in grado di ottenere prezzi maggiori, stabilendo di fatto un tetto minimo ai prezzi praticati, qualcosa di molto simile ad un cartello. Infine, il patto elimina ogni incentivo dei clienti a ricercare i prezzi inferiori di Yahoo!, così da indebolire o eliminare la competizione per Google, fatto potenzialmente configurabile come abuso di posizione dominante. Per essere obiettivi, occorre dar conto della possibilità di sinergie fra le due compagnie, ma è altrettanto evidente che il patto potrebbe ridurre drasticamente gli incentivi di Yahoo! ad investire per colmare il gap tecnologico con l’impresa leader. Potrebbe perfino mettere a repentaglio lo stesso avvenire di Yahoo! qualora l’azienda californiana volesse uscire da quest’alleanza una volta conquistati i nuovi clienti.

La conseguenza probabile del patto fra le due compagnie leader della ricerca su Internet e della pubblicità online è che i prezzi dei click sui link sponsorizzati o sui banner dei siti web aumenteranno. A pagarne le conseguenze saranno nel breve-medio termine i pubblicitari, che non a caso si sono già fatti sentire negli Stati Uniti, e le imprese che ricorrono alla pubblicità online. Nel lungo termine anche i consumatori potrebbero essere penalizzati qualora il patto portasse a minori investimenti nel miglioramento dei motori di ricerca. La speranza è che la spinta innovativa di Google che ha accompagnato dieci anni di espansione della New Economy e di evoluzione del modo di usare Internet senza mai chiedere (direttamente) un Euro agli utenti di Internet non si esaurisca nella conquista di una posizione di sostanziale monopolio tramite un’alleanza col principale competitore.

Il Sole 24 ore, 1 Giugno 2008:

LE REDINI DEL MERCATO di Francesco Daveri

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ARTICOLI SCIENTIFICI

QUALI PROSPETTIVE PER IL SETTORE FARMACEUTICO IN ITALIA? Indagine comparativa internazionale sulle capacità competitive del settore farmaceutico in Italia a cura di M. Dallocchio e L. Etro (2007).

Il settore farmaceutico in Italia possiede una buona capacità competitiva alla luce dell’evoluzione del contesto globale? Qual è l’impatto economico del sistema farmaceutico in Italia? Quali effetti producono le politiche governative sul settore e sull’indotto? Queste domande trovano risposta nel presente studio che ha indagato il settore farmaceutico in Italia sotto molteplici prospettive. Innanzitutto il suo posizionamento nell’arena competitiva globale, attraverso un raffronto con le principali metriche di settore a livello internazionale. Tra queste di particolare rilevanza è la capacità di effettuare investimenti in Ricerca & Sviluppo (R&S), misurata dall’intensità di investimento, cioè il rapporto tra gli investimenti in R&S ed il fatturato di un determinato anno. La tipologia di investimento in R&S richiede per sua natura un impiego di ingenti capitali su un orizzonte elevato a fronte di ritorni altamente incerti sebbene potenzialmente esponenziali. L’elevata dotazione di capitali è quindi una caratteristica sine qua non nel settore farmaceutico per imprese che intendono competere ed affermarsi su scala globale. Data la connotazione di settore altamente “knowledge intensive” è interessante conoscere la relazione tra il capitale umano ed il capitale finanziario delle imprese operanti nel settore. Il capitale finanziario investito in R&S è un investimento in capitale umano, ossia in personale qualificato e preparato per lo svolgimento di programmi di R&S? Se questa relazione fosse confermata dall’analisi di dati empirici si otterrebbe un’ulteriore evidenza dell’importante ricaduta sociale in termini occupazionali del sostenimento di politiche di ricerca all’interno del settore.

Nel prosieguo la ricerca evidenzia casi virtuosi di aziende in grado di competere a livello globale per dimensione aziendale, presenza internazionale ed intensità di investimento in R&S e delinea la situazione italiana in termini di attrattività di investimenti esteri nel settore farmaceutico. L’analisi prosegue su una dimensione di più ampio respiro concentrandosi sull’indotto economico generato dal sistema farmaceutico, in termini di numerosità di addetti, stima della produzione e valore aggiunto. La finalità è riflettere sul potenziale impatto in termini sociali ed economici di un innalzamento oppure di una perdita di competitività del settore. L’ultima parte del lavoro prende in esame lo schema di incentivazione fiscale diretto a supportare l’attività di Ricerca & Sviluppo nel settore farmaceutico in prospettiva nazionale ed europea. Dal raffronto delle due prospettive si possono ottenere stimoli utili per ricercare nuovi modelli di sviluppo della ricerca nel settore farmaceutico italiano per un nuovo slancio del comparto che negli ultimi anni ha sofferto i risvolti negativi di politiche governative di contenimento della spesa pubblica. In conclusione è presentata una simulazione degli impatti economici e sociali della dinamica degli investimenti in R&S e delle politiche a sostegno relative.

LIBRI SUGGERITI DA INTERTIC

SDAUn Ponte per la Crescita. Imprese, banche e finanza per il futuro del sistema Italia di R. Cenciarini, M. Dallocchio, A. Dell'Acqua e L. Etro (2006, Gangemi Editore).

La globalizzazione dei mercati e la conseguente minaccia di una più agguerrita competizione dei paesi con esiguo costo della manodopera e di quelli che presentano una maggiore capacità di investimento in R&S rappresentano una grande sfida per le imprese italiane. Alla luce di ciò, queste nei prossimi anni saranno principalmente chiamate ad un processo di espansione internazionale sia per vie commerciali sia per vie produttive in modo da poter aumentare il raggio d’azione e la competitività su più vasta scala. A tal fine la presente pubblicazione si pone l’obiettivo di indagare quali strumenti di debito, quali di equity e quali di “finanza agevolata” possano aiutare l’imprenditore italiano in  tale processo di internazionalizzazione.
Il libro è suddiviso in quattro parti di cui la prima (“Il debito”) si concentra sulle problematiche di struttura finanziaria delle imprese italiane e dei cambiamenti di comunicazione banca-impresa alla luce dei nuovi accordi di Basilea. L’attenzione poi viene posta sugli strumenti di debito innovativi come sostegno all’impresa nel processo di internazionalizzazione e sulla presenza estera dei gruppi bancari italiani o operanti in Italia. La seconda parte (“Il capitale di rischio e i mercati”) analizza i fondi di private equity/venture capital e la quotazione in borsa sui mercati AIM e Expandi come mezzi di finanziamento con capitale di rischio dell’attività imprenditoriale in un’ottica di espansione internazionale. Nei due capitoli sono messi in evidenza limiti e pregi del ricorso a queste tipologie di finanziamento esterno. La pubblicazione nella sua terza parte presenta una rassegna dettagliata e attenta delle istituzioni pubbliche  (o prevalentemente pubbliche) che sostengono finanziariamente, assistono e sponsorizzano le esperienze internazionali delle imprese italiane. Da ultimo, la quarta parte passa la parola agli imprenditori italiani sulle tematiche affrontate nelle prime tre parti con un’attenta analisi tramite  questionari diffusi presso gli associati a Confindustria Giovani Nazionale.

 

ARTICOLI GIORNALISTICI

Protezione dei diritti di proprietà intellettuale: un approccio economico di Federico Etro

 

La protezione dei diritti di proprietà intellettuale rappresenta un aspetto cruciale per una politica industriale che punti a promuovere l’investimento in R&S e a rafforzare i settori high-tech in Italia e in Europa. Nell’economia globale crescere è ormai sinonimo di innovare, specialmente nei settori ad alta tecnologia. In Europa questa necessità è fortemente sentita per colmare il gap di crescita e competitività con gli Stati Uniti e la strategia di Lisbona impegna i paesi europei in via prioritaria ad aumentare l’investimento in innovazione (dall’attuale 1.5/2% al 3% del PIL entro il 2010), in particolare nel settore privato che resta arretrato nell’investimento in R&S e nel conseguimento di innovazioni (cfr. Fig. 1-5). Per incentivare l'investimento privato in questa direzione occorre garantire che le imprese che innovano godano i frutti del proprio investimento. A ciò servono i diritti di proprietà intellettuale ed in particolare i brevetti: questi spingono le imprese a fare rischiosi investimenti in nuove tecnologie. Anche i sussidi alla ricerca aiutano in tal senso, ma sono una condizione necessaria e non sufficiente: nessuno investirebbe in innovazioni non protette, ovvero che potessero essere imitate liberamente.

La teoria economica è piuttosto chiara sul ruolo dei brevetti per il benessere sociale. Brevetti più estesi o meglio protetti producono il beneficio sociale di aumentare l’investimento in innovazione (e con questo il progresso tecnologico), mentre il costo sociale è nella creazione di maggiore potere di mercato per gli innovatori che hanno conseguito i brevetti. Ne consegue che i benefici netti dei brevetti sono tanto maggiori nei settori in cui l’innovazione crea più crescita ed in cui la vita media di un’innovazione (prima di essere sostituita da un’ulteriore innovazione) è breve. Come è facile intuire, i settori dell’hardware, del software, delle telecomunicazioni e dell’Information and Communication Technology  in genere danno un forte contributo al progresso tecnologico odierno e sono caratterizzati da una rapida evoluzione delle tecnologie: si tratta quindi di campi in cui i brevetti apportano notevoli benefici sociali.

In relazione al ruolo degli incentivi all’innovazione va anche sfatato un luogo comune circa il ruolo delle imprese leader e delle piccole e medie imprese di nicchia. Una minoranza di osservatori ritiene che le prime abbiano talvolta un ruolo negativo nell’investimento in R&S e che, in presenza di innovazioni sequenziali (tipiche della New Economy e motori della crescita), finiscano per disincentivare gli inseguitori ad investire. In realtà, la tradizione maggioritaria fra gli economisti, legata agli studi di Joseph Schumpeter e, più recentemente, agli studi sulle determinanti della crescita, va nella direzione opposta. Quando la competizione per il mercato funziona adeguatamente, gli investimenti delle imprese leader e delle inseguitrici sono complementari. Inoltre, quando le innovazioni sono sequenziali, si innesca un meccanismo per cui le imprese leader investono di più per sfuggire alla pressione competitiva delle inseguitrici, e la persistenza della loro leadership aumenta (endogenamente) il valore della conquista delle innovazioni. Ciò, a sua volta, aumenta gli incentivi di tutte le imprese (leader e non) a investire in R&S. Chiaramente, i diritti di proprietà intellettuale sono la determinante cruciale per innescare questo circolo virtuoso, e la possibilità per gli innovatori di vendere licenze delle proprie invenzioni ad altre imprese costituisce il meccanismo di mercato che diffonde i frutti della ricerca. In conclusione, mercati altamente innovativi in cui certe imprese mantengono la leadership tecnologica (si pensi a Intel, Microsoft, IBM in passato,..) sono il segno di una forte competizione per il mercato (piuttosto che di potere di mercato), e di un corretto funzionamento degli incentivi ad investire creati attraverso brevetti e altri diritti di proprietà intellettuale.

Gli Stati Uniti hanno scelto un forte sistema di brevetti e non a caso le imprese americane investono molto di più di quelle europee in R&S. Ciononostante, viene spesso propagandata una erronea tesi per cui i brevetti avrebbero limitato l’innovazione in certi campi della New Economy americana. Questa tesi non ha nessun fondamento empirico: quando nel 1981 in America si poterono brevettare anche le Computer-Implemented Inventions (CII), ossia le invenzioni che utilizzano software (oltre a proteggerle con copyrights grazie al Computer software copyright Act del 1980), la percentuale di fatturato investito in ricerca dalle imprese interessate passò dal 5% a oltre l'8% in una manciata d'anni per rimanere su livelli record fino ad oggi (cfr. Fig. 6-7).

Rispetto agli Stati Uniti, l’Europa ha adottato un sistema meno estremo di protezione delle CII, delimitando le invenzioni brevettabili a quelle con un carattere tecnico ed escludendo quindi il puro software ed i metodi commerciali, che sono invece brevettabili negli USA. Nel 2005 si è cercato di approvare una Direttiva sulla brevettabilità delle CII per armonizzare la normativa vigente (oggi i 25 paesi della UE hanno ciascuno un proprio sistema brevettale) e incentivare l’innovazione. Si trattava di una iniziativa meritevole della Commissione Europea che tuttavia è naufragata fra contrasti di vario tipo all’interno del Parlamento della UE. Sarebbe estremamente opportuno che a livello europeo si cercasse con maggiore convinzione di uniformare la normativa sui brevetti in genere, ed eventualmente si tentasse anche di definire alcune regole per la brevettabilità di CII. Ne guadagnerebbero le imprese che investono in R&D e guidano la crescita europea, e quindi ne guadagnerebbe l’economia dell’intera area EU.

I vantaggi per l’industria italiana da una rigorosa protezione dei diritti di proprietà intellettuale sulle CII sono notevoli. Il nostro paese è abbastanza debole in molti settori della ICT (cfr. Fig. 1-5) ed il tessuto industriale italiano composto prevalentemente da piccole e medie imprese (PMI) non brilla certo per grandi investimenti in R&S. Se non vogliamo confinare l'Italia ad un futuro da comprimario nella leadership tecnologica e vogliamo incentivare l'investimento in ricerca abbiamo solo da guadagnare proteggendo le innovazioni. Ciò, oltretutto, può risolvere almeno in parte i problemi di finanziamento delle piccole imprese (chi brevetta innovazioni ha maggiore accesso al credito) e di crescita dimensionale delle stesse (chi innova cresce). Và però notato che tradizionalmente le PMI sono meno propense a brevettare le proprie innovazioni. Talvolta preferiscono tenerle segrete (il che peraltro limita la diffusione della conoscenza) o trovano troppo complicato o costoso brevettarle. In questo senso sono auspicabili un monitoraggio della situazione e la creazione di forme di consulenza amministrativa e legale e di finanziamento per le PMI innovative.

In assenza di una normativa europea completa e armonizzata sui brevetti per le CII, il settore del software e tutti i settori high-tech che fanno uso di software nelle loro applicazioni sono in gran parte limitati all’impiego del copyright (e dei segreti commerciali) come forma di protezione della proprietà intellettuale. Per questo motivo, se si vuole promuovere l’innovazione in questi settori, è assolutamente prioritario che ci sia uno sforzo notevole di protezione dei copyrights da fenomeni di pirateria informatica, di scambio illegale del software e di scaricamento illegale da siti non autorizzati.

Un aspetto recente ed interessante del mercato del software è l’emergenza dell’Open Source Software (si pensi al sistema operativo Linux, al server Apache, ed al browser Firefox Mozilla). In sostanza, questo tipo di software è sviluppato in forma volontaristica (benché lautamente incentivata da alcune imprese commerciali e da una serie di stimoli di carriera per i programmatori coinvolti) e distribuito spesso gratuitamente. Tuttavia, le imprese che lo distribuiscono gratuitamente guadagnano dai servizi di manutenzione collaterali (si pensi all’attività di Red Hat o Novell). In questo modo, il costo effettivo d’uso di molti di questi OSS è simile ai loro equivalenti offerti da imprese commerciali (che spesso ottengono un pagamento per la licenza d’uso e offrono gratuitamente i servizi di manutenzione collaterali).

L’aspetto positivo dell’OSS è che ha creato nuove forme di innovazione rivelatesi sorprendentemente efficaci ed in grado di esercitare una pressione virtuosa sulle imprese commerciali e leader di settore (gli sforzi di Microsoft nello sviluppo di Vista sono probabilmente legati a doppio filo alla minaccia proveniente da Linux, un sistema operativo creato inizialmente da uno studente finlandese e poi migliorato negli anni da programmatori di tutto il mondo). Del resto va notato che il modello di R&S legato all’OSS è assai diverso da quello legato al software proprietario. Un paragone può servire ad illustrare la questione. Si pensi alle enciclopedie. Da un lato ci sono quelle tradizionali, generalmente sviluppate con un forte investimento pluriennale, con il coinvolgimento di esperti selezionati accuratamente e compensati adeguatamente, e sotto una supervisione centralizzata ed altrettanto esperta. Dall’altro, ci sono le enciclopedie online come Wikipedia, che si sviluppano in modo totalmente decentrato tramite il contributo volontario di persone non necessariamente esperte ma che desiderano dare limitati contributi e aggiornamenti in vari campi. Il trade-off che emerge è chiaro. Le enciclopedie tradizionali sono una fonte certa di informazioni accurate, di un bilanciamento fra voci derivante da una visione complessiva, benché possano diventare progressivamente superate dai fatti più recenti. Wikipedia fornisce informazioni spesso assai aggiornate, ma la natura del sapere è talvolta dubbia, il bilanciamento delle informazioni inadeguato. Quando vorremo informazioni sicure e documentate su un fatto storico ci rivolgeremo all’enciclopedia tradizionale, quando vorremo un’informazione generale su un fatto recente ci rivolgeremo a Wikipedia, ma ormai entrambe le fonti di informazioni sono utili, e di certo non vorremmo mai affidarci alla sola Wikipedia e ai suoi inesperti compilatori. La coesistenza di ricerca per OSS e software proprietario assume aspetti assai simili a quelli delle enciclopedie tradizionali e Wikipedia. Come recenti lavori econometrici hanno mostrato, la ricerca per OSS è spesso sbilanciata verso software per utenti esperti, verso software che richiede forte assistenza (e quindi guadagni tramite i servizi collaterali), verso la soluzione di problemi semplici di software noti, ed in vari altri modi. E’ invece inefficace per problematiche più complesse, per sincronizzazioni di upgrades e per l’ottenimento di livelli efficienti di backward compatibility.

Un aspetto più problematico dell’OSS riguarda le forme di distribuzione. Molte di queste, a partire dalla nota General Public License (usata inizialmente nel 1981 da Richard Stallman, leader del Free Software Movement) pongono forti restrizioni sull’uso commerciale che se ne può fare. I problemi emergono in quanto molti software e molti apparecchi che ne fanno uso contengono molte innovazioni che possono essere soggette a brevetti, copyrights o anche a segreti commerciali. Ciò crea una situazione asimmetrica fra imprese di OSS e imprese di software proprietario e che va a discapito delle seconde. Da un lato le imprese che seguono modelli di OSS e incorporano nei loro prodotti software proprietario possono coprire i costi relativi ed ottenere profitti anche senza richiedere un prezzo per dare in licenza i loro prodotti: infatti, possono guadagnare dai servizi di manutenzione e da altri servizi collaterali. Oltre a ciò, il recente approccio antitrust europeo è addirittura apparso favorire l’esproprio forzato di innovazioni brevettate e protette da segreti commerciali a favore del settore open source (si veda la parte del caso Microsoft relativa all’interoperabilità ed il discussion paper preparato nel 2005 dalla Commissione Europea e che ha aperto il dibattito sulla riforma dell’approccio EU all’abuso di posizione dominante con pratiche predatorie). Dall’altro lato, le imprese commerciali che seguono un modello di business legato alla concessione di licenze per software si trovano nell’impossibilità di commercializzare i propri prodotti senza infrangere le condizioni restrittive degli OSS (che appunto impediscono spesso la commercializzazione). Questa asimmetria può creare gravi danni al settore e può perfino rivelarsi deleteria per l’innovazione.

In conclusione, al fine di rafforzare l’investimento in R&D e la crescita, la protezione dei diritti di proprietà intellettuale tramite brevetti e copyrights per l’ICT andrebbe stabilità in modo più preciso a livello normativo (senza essere rimessa in discussione a livello antitrust) e andrebbe garantita in modo più efficace a livello concreto.

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Fig. 1. Esportazioni di beni ICT
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Fig. 2. Richieste di brevetti ICT presso l’European Patent Office
c
Fig. 3. Percentuale di richieste di brevetti ICT all’EPO

d
Fig. 4. Richieste di brevetti ICT presso l’European Patent Office
e
Fig. 5. Brevetti high-tech nel 2001
f
Fig. 6. R&S/Fatturato, imprese  US, Computer, Telecommunications and Electronic Components.
Linea continua: NBER index, Linea tratteggiata: Top Firms

g
Fig. 7. Brevetti US su CIIs

VIDEO

Il caso antitrust MS-EU: gli ultimi fatti a cura di M. Pira, CNBC (13 luglio 2006, CNBC)

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