ARTICOLI SCIENTIFICI
Monografie accademiche e tesi
Aste di posizione sui motori di ricerca: il modello Athey-Ellison di Matteo redegonda (2012)
In questo lavoro sono stati esposti i modelli e le idee alla base del paper “Position Auction with Consumer Search” di Susan Athey e Glenn Ellison tentando di delinearne i fondamenti teorici, il significato dei risultati ottenuti e delle loro dimostrazioni, le loro applicazioni nel mercato dell’online advertising proponendo eventuali problematiche e loro possibili soluzioni. La caratteristica principale dell’articolo analizzato è quella di prendere in considerazione il comportamento del consumatore come un fattore endogeno ad un modello di aste di posizione. E’ infatti questo il tratto di maggior originalità che distingue tale ricerca da tutte quelle condotte in precedenza sull’argomento così da diminuirne l’astrattezza oltre ad avvicinarlo maggiormente alla reale dinamica con cui tali aste hanno luogo. Nel primo capitolo è stato inizialmente presentato il modello di base su cui poggia tutta l’analisi successiva per poi analizzare il procedimento con il quale i consumatori che fanno ausilio di un motore di ricerca tentano di dare soddisfacimento ai loro bisogni. Nel medesimo capitolo sono poi state descritte le dinamiche con le quali i motori di ricerca sono in grado di generare benessere per i consumatori. Nel secondo capitolo l’analisi prosegue nel tentativo di trovare un equilibrio per il modello di base presentato subito prima e dopo aver raggiunto tale scopo si conclude con la discussione delle ragioni che possono spingere gli inserzionisti ad adottare comportamenti di bid shading. Il terzo ed il quarto capitolo sono interamente dedicati ad analizzare alcuni aspetti fondamentali sulla struttura delle aste di posizione. Il terzo capitolo in particolare analizza a fondo le aste di posizione caratterizzate dalla fissazione di un prezzo di riserva da parte del motore di ricerca ed evidenzia gli effetti provocati da questo strumento sul benessere di consumatori, motore di ricerca ed inserzionisti nel caso in cui i costi di ricerca siano uniformemente distribuiti. Viene dunque presentato lo straordinario risultato di allineamento che in questo modello interessa il surplus di tutte le parti coinvolte nel meccanismo d’asta che ha portato a dimostrare come le politiche di massimizzazione del benessere collettivo coincidano con quelle di massimizzazione del benessere dei consumatori e più precisamente, come il benessere collettivo coincida con il triplo di quello dei soli consumatori. E’ stato dunque dimostrato quale sia il prezzo di riserva socialmente ottimale nel caso limite in cui la lista di link che il motore di ricerca è disposto a visualizzare sia composta da un'unica posizione disponibile per poi soffermarsi su come la porzione del surplus che spetta ai produttori sia ripartito tra inserzionisti e motore di ricerca. Il capitolo prosegue attraverso l’argomentazione della maggior efficienza che deriva dall’applicazione di prezzi di riserva differenti in funzione della posizione a cui essi si riferiscono così da spiegare anche il motivo per cui quest’ultimo è il meccanismo adottato nella realtà dai motori di ricerca. Solo alla fine del capitolo l’analisi viene estesa a dei casi in cui i costi di ricerca non abbiano una distribuzione uniforme, così da rendere l’analisi maggiormente completa e sicuramente più realistica. Infine il quarto capitolo è stato dedicato interamente all’analisi delle aste di posizione in cui al fine di assegnare le posizioni disponibili per i link sponsorizzati sulla propria pagina web il motore di ricerca utilizza meccanismi che prendono in considerazione oltre al valore delle offerte presentate da ogni singolo inserzionista anche dei meccanismi di ponderazione sulla base di indici di qualità. Dopo aver descritto il caso limite in cui questo meccanismo d’asta risulta essere efficiente, cioè quando i costi di ricerca che i consumatori devono affrontare tendono a zero, ne sono stati presentati due in cui tale risultato viene meno. Nel primo di questi viene descritta l’inefficienza del meccanismo di ponderazione qualora i costi di ricerca siano maggiori di zero mentre nel secondo caso l’inefficienza si presenta perché il motore di ricerca non è in grado di fornire ai consumatori informazioni sufficienti sulla qualità dei link da esso presentati, sebbene i costi di ricerca siano nulli. Il capitolo dunque si conclude prendendo in esame anche i complessi problemi che può creare la pratica dell’offuscamento di informazioni da parte degli inserzionisti. Viene quindi dimostrato come un meccanismo d’asta che adotti un meccanismo di ponderazione in base al click-through-rate per classificare gli inserzionisti sulla propria pagina web porti ad incentivare l’adozione di pratiche di offuscamento. E’ stato poi dimostrato come l’adozione di un meccanismo di pagamento del tipo pay-per-action anziché pay-per-click presenta gli stessi problemi di offuscamento. Sono proposte in conclusione alcune possibili soluzioni che i motori di ricerca potrebbero adottare per dare una facile risoluzione alle problematiche appena descritte.
Il modello analizzato presenta alcune debolezze, seppure queste siano trascurabili a fronte della rilevanza dei risultati ottenuti. In primo luogo il modello è interamente basato sul presupposto che i consumatori adottino un comportamento razionale. Nella realtà tuttavia non sono molti gli utenti che conoscono esattamente come le aste di posizione si svolgono e quali sono i criteri adottati dal motore di ricerca per visualizzare i link degli inserzionisti. Questo implica che essi non hanno a disposizione le conoscenze necessarie per affrontare la loro ricerca nel modo più efficiente e ciò riduce gli effetti positivi degli sforzi che il motore di ricerca potrebbe compiere al fine di aumentare il benessere dei consumatori. Va inoltre tenuto presente come molti dei risultati più importanti riportati nel paper siano riferiti a dei casi limite spesso molto particolari in cui le limitazioni che vengono adottate per poter semplificare l’analisi allontanano il modello dalla possibilità di descrivere la reale dinamica che caratterizza le aste di posizione. Al fine di ampliare l’analisi delle dinamiche e delle caratteristiche delle aste di posizione sarebbe opportuno innanzi tutto considerare nel modello anche gli effetti generati dalla competizione di prezzo tra i concorrenti sul benessere di consumatori, motore di ricerca ed inserzionisti. Questo aspetto delle aste di posizione infatti è stato volutamente tralasciato dagli autori per non complicare ulteriormente il loro modello e spiegare in modo più semplice i risultati che essi intendevano presentare. Si rivelerebbe inoltre rilevante considerare in possibili lavori futuri quali potrebbero essere gli effetti causati sul benessere complessivo da manipolazioni attuate dal motore di ricerca sulla lista di link presentata agli utenti. Ciò potrebbe avvenire per esempio quando il motore di ricerca offre esso stesso dei particolari servizi ai consumatori trovandosi così ad essere contemporaneamente il banditore dell’asta e allo stesso tempo un suo partecipante, in concorrenza con gli altri inserzionisti. In questa particolare situazione al fine di promuovere il proprio prodotto il motore di ricerca potrebbe porre il link di quest’ultimo nella posizione con la miglior visibilità all’interno della lista, indipendentemente dal valore delle offerte presentate da ogni altro inserzionista.
Trade-off fra Rischio Morale ed Instabilità Finanziaria di Marco Marson (2012)
Dal protezionismo al miracolo asiatico: politica commerciale e sviluppo economico nei PVS di Giorgia Martinolli (2011)
TEORIE DEI CARTELLI E APPLICAZIONE AGLI ACCORDI DI STANDARDIZZAZIONE di Paolo Quatosi (2011)
Quando in un mercato le imprese concorrenti decidono di accordarsi per svolgere in collaborazione alcune delle loro attività, invece di affrontarle singolarmente, ci troviamo davanti a quello che viene definito un accordo di cooperazione orizzontale. Tale tipologia di accordi può riguardare molteplici attività, quali ad esempio la produzione e la vendita dei loro prodotti. Spesso ciò ha un impatto positivo sull’economia poiché permette alle imprese di razionalizzare i costi e compiere investimenti che singolarmente non potrebbe sostenere, basti pensare alla collaborazione che viene portata avanti da molte imprese nell’attività di ricerca e sviluppo. Capita però che le autorità antitrust debbano intervenire contro alcuni accordi e il motivo è che alla volte questi vengono siglati unicamente allo scopo di falsare il gioco della concorrenza. In effetti, non è difficile immaginare che in determinate circostanze le imprese decidano di collaborare per evitare di scontrarsi sui prezzi in modo da ottenere profitti maggiori. È ciò che accade normalmente nei cartelli.
Nel primo capitolo viene presentata una panoramica generale sulle teorie dei cartelli andando ad individuare le situazioni in cui le imprese sono incentivate a colludere e sotto quali condizioni decidono di farlo; vedremo anche quali sono i fattori che possono rendere un mercato più a rischio di un altro. A questo punto ci si trova davanti ad un problema: se da una parte gli accordi orizzontali possono portare un beneficio all’economia, dall’altra rappresentano potenzialmente una minaccia per la concorrenza nei mercati. Chiaramente non sarebbe saggio vietare questi accordi a priori, ma è necessario che le autorità vigilino per assicurare che non siano poste in essere condotte anticoncorrenziali. Un ulteriore problema è dato dal fatto che le imprese possono non sapere se un loro accordo verrà considerato lesivo della concorrenza oppure no. Per questo motivo la Commissione Europea ha fornito delle nuove linee guida sull’applicabilità dell’articolo 101 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea. L’articolo fornisce le condizioni per le quali un accordo sarà considerato illegittimo; dato però che le tipologie possono essere molteplici, le linee guida si occupano dei casi più rilevanti indicando quali comportamenti porteranno ad una bocciatura dell’accordo. Nel secondo capitolo vengono presentate le linee guida aggiornate fornite dalla Commissione, si è preferito però non riportarle nella loro interezza, ma concentrando l’attenzione sulle tipologie di accordi ritenute di maggior rilievo. In particolare mi sono concentrato sugli accordi di standardizzazione, che sono poi l’oggetto di studio dei modelli presentati nel capitolo successivo.
Gli accordi di standardizzazione prevedono che più imprese collaborino al fine di stabilire delle norme tecnico-qualitative che alcuni prodotti o processi devono rispettare per rientrare in uno standard. Quest'attività viene spesso svolta da organismi che raggruppano i maggiori operatori del mercato; possono però presentarsi dei problemi nelle fasi decisionali, soprattutto a causa dei differenti incentivi che le diverse tipologie di imprese hanno nel partecipare a tale attività. Nel terzo capitolo vengono riportati due differenti lavori che tentano di fornire delle soluzioni ai problemi che normalmente si presentano durante i processi di standardizzazione, dando anche delle indicazioni circa le politiche che le autorità dovrebbero adottare. Infine nell’ultimo capitolo riassumo i tratti salienti del caso Rambus, una società che è stata oggetto d'investigazioni da parte delle autorità antitrust negli USA e in Europa. Il caso risulta interessante in quanto nato in seguito ad un comportamento scorretto tenuto dalla società durante la sua partecipazione ad un organismo che si occupa della definizione di standard.
FUSIONI ORIZZONTALI: ANALISI TEORICA E APPLICAZIONI DI ANTITRUST di Stefania Rinaldi (2011)
In questo lavoro si tratterà uno degli argomenti di maggior rilievo nell’ambito dell’attività svolta dalle autorità antitrust nazionali e sovranazionali: le fusioni orizzontali. Una fusione fra due o più imprese è, infatti, un evento importante che può riguardare la struttura di un mercato e i suoi effetti, positivi o negativi, possono riflettersi non solo sul settore interessato, ma espandersi anche ad altri settori ad esso collegati, causando così una reazione a catena che può portare benefici o danni ad un elevato numero di soggetti. Seguendo la letteratura in materia, si tratterà in modo approfondito il tema delle fusioni, considerando di volta in volta un approccio diverso all’analisi. Inizialmente, si presenterà una parte introduttiva e descrittiva del fenomeno, al fine di inquadrarne le definizioni e le determinanti principali. In questa prima parte, si farà riferimento alla visione di Motta (2004) con un’attenzione particolare rivolta alle variabili che influiscono sul potere di mercato e ai guadagni d’efficienza che una fusione può generare.
Si farà riferimento ad alcuni paper classici sulle fusioni, in particolare, quelli di Salant et al. (1983) e Deneckere e Davidson (1985) che analizzano una situazione di oligopolio e numero esogeno di imprese, con scenari di competizione diversi, il primo è strutturato sull’ipotesi di competizione di quantità, mentre nel secondo si ipotizza competizione di prezzo. In entrambi i casi, si assume che la decisione di fusione sia esogena, andando così a studiare gli effetti sui profitti delle imprese e sul benessere del consumatore; il primo risultato sarà che gli outsider ottengono benefici superiori rispetto agli insider, i quali nel modello di competizione à la Cournot vedono addirittura ridursi i propri profitti. Infine, si osserverà un effetto negativo sul benessere dei consumatori, che subiranno un aumento del prezzo di equilibrio a causa della riduzione del livello di concorrenza all’interno del mercato. Successivamente si analizzeranno alcuni paper più recenti, riguardanti strutture di mercato endogene, tra cui Davidson e Mukherjee (2007) e Erkal e Piccinin (2009), per studiare come l’aggiunta di tale caratteristica vada ad incidere sui risultati ottenuti in precedenza. Se l’entrata è endogena, i profitti, generati in seguito ad una fusione, indurranno nuove imprese ad entrare nel mercato, le quali, inasprendo la concorrenza, riporteranno prezzi e profitti ai livelli pre-merger. A questo punto sarà possibile soffermarsi su importanti riflessioni circa l’operato delle autorità antitrust che, in strutture di mercato endogene, non dovrebbero temere eccessivamente le fusioni 1 Si ipotizza dunque che la fusione abbia luogo nonostante il problema di free-riding che genera il cosiddetto “paradosso delle fusioni” orizzontali, poiché esse saranno portate a termine solo qualora comportino significative sinergie di costo, risultando così benefiche per la società nel suo complesso. Nel corso del terzo capitolo, inoltre, si approfondirà l’importanza di un’ulteriore variabile, quella della differenziazione di prodotto, che gioca un ruolo fondamentale nella valutazione degli effetti di una fusione sul benessere del consumatore, rendendo di fatto ambiguo l’effetto netto sul benessere sociale di una fusione in tale contesto.
Nell' ultimo capitolo, invece, verranno esposti i tratti salienti della normativa antitrust,
principalmente europea, in merito alle fusioni orizzontali, con l’approfondimento dei rimedi,
strutturali e comportamentali, che l’autorità competente può imporre alle parti coinvolte nella
fusione. Infine, si passerà all’analisi di alcuni casi specifici di fusioni che sono state negli anni
valutate dalle autorità antitrust europee ed italiane, cercando di ricollegare le considerazioni
tratte dai modelli analitici ad alcuni contesti reali di mercato.
I primi due casi, più datati, riguardano le fusioni fra Nestlè e Perrier e il progetto di jointventure
fra ABB e Daimler-Benz, entrambi risolti con un’autorizzazione della Commissione
Europea subordinata a specifici rimedi strutturali. Successivamente si analizzerà il caso italiano
ENEL/Infostrada tramite il quale si potrà approfondire la cosiddetta “teoria degli effetti di
portafoglio”, secondo la quale in alcuni casi una fusione orizzontale può minacciare la
concorrenza anche in mercati non direttamente interessati dalla fusione stessa e si sottolineerà
così l’importanza di una corretta definizione del mercato rilevante. Infine, si analizzerà il caso di
fusione fra Oracle e Sun, recentemente autorizzata dalla Commissione Europea, dalla quale si
teme possano in futuro derivare riduzioni del livello di concorrenza a causa del considerevole
potere di mercato detenuto dal nuovo colosso venutosi a creare.
Imperfetta Competizione e Strutture di Mercato Endogene: Teorie Moderne del Commercio Internazionale di Sara Burel (2011)
Oggi i mercati sono prevalentemente caratterizzati da scambi bilaterali in prodotti simili (commercio intra-settoriale) e pertanto i modelli offerti dall’economia classica (commercio inter-settoriale, perfetta competizione, rendimenti di scala costanti) sono inadatti per descrivere tale fenomeno. Economisti come Krugman, Brander, Melitz e altri hanno studiato il commercio intra-settoriale caratterizzato da imperfetta competizione, da rendimenti di scala crescenti e da strutture di mercato endogene. Prendendo in considerazione alcuni dei loro modelli (beni omogenei, beni differenziati, curva di domanda lineare, curva di domanda isoelastica...) questa tesi si pone l’obiettivo di descrivere analiticamente il mercato per capire dapprima quali siano le determinanti e i benfici del commercio internazionale intrasettoriale, per poi passare all’analisi dell’ottima politica commerciale che permette la massimizzazione del benessere collettivo.
TEORIE DEL BUNDLING E APPLICAZIONE AL CASO IBM di Filippo Dozzi (2010)
La vendita abbinata di due o più beni che possono essere venduti anche separatamente è una pratica comune in molti mercati concorrenziali. Ne sono un esempio la vendita abbinata di scarpe con stringhe, di automobili con radio e di quotidiani con inserti: il primo esempio è da ricondurre ad una semplice, consuetudinaria e consolidata prassi di commercializzazione del prodotto, di cui potremmo fare molteplici esempi data la frequenza con la quale essa è presente sul mercato, mentre negli altri due casi dietro la scelta di offrire in un unico sistema i due prodotti vi è una strategia ponderata da parte dell’impresa che decide di implementarla. La nostra attenzione sarà rivolta esclusivamente alla seconda tipologia di esempio menzionato. Nel caso in cui si vendano due prodotti abbinati in proporzioni fisse, come ad esempio un computer con un sistema operativo, parliamo di bundling; quest’ultimo può essere ulteriormente distinto in puro e misto in base al fatto che sia possibile o meno acquistare i due beni anche separatamente (come il caso del computer e del sistema operativo).
Quando, invece, due prodotti sono venduti insieme, ma in proporzioni variabili si parla di tying, ne è un esempio un produttore di macchine del caffè che vincola i suoi clienti ad acquistare solo presso di lui il particolare formato di cialda necessaria. Il tying ed il bundling generalmente vengono adottati in mercati concorrenziali poiché tipicamente si tratta di strategie efficienti; rendono infatti possibile una diminuzione dei costi ed un miglioramento della qualità. La letteratura economica si è concentrata sull’analisi di queste strategie quando implementate da imprese con rilevante potere di mercato, ovvero quando queste possono indurre effetti sul benessere sociale o essere espressione di pratiche anticompetitive. Quanto detto si può verificare nel caso in cui tali strategie siano strumento di discriminazione di prezzo o di deterrenza all’entrata.È importante cercare di capire, attraverso le teorie economiche, l’impatto del bundling e del tying sulla concorrenza nei mercati unitamente all’appropriata risposta che le autorità antitrust dovrebbero dare in merito.
Queste problematiche, negli ultimi anni, hanno giocato un ruolo preponderante in molti rilevanti casi antitrust sia in Europa che negli Stati Uniti. Nel mio presente elaborato l’obiettivo è quello di esporre e cercare di descrivere come nel mercato le imprese implementino le strategie del tying e del bundling. Il primo passo è quello di andarle a definire per meglio comprenderle nei loro specifici aspetti. Secondariamente si analizzano le ragioni di efficienza, nonché strategiche, che portano le imprese presenti sul mercato ad adottare tali pratiche. Passando in rassegna i motivi che spingono ad implementare queste strategie si cerca di comprendere che effetto abbiano sul benessere sociale. Inoltre, con l’ausilio di modelli provenienti dalla letteratura economica, si spiega sotto quali ipotesi e in che modo le imprese adottino il tying ed il bundling unitamente ai risvolti che questi hanno nei confronti degli attori economici coinvolti. Questo è di rilevante importanza perché serve anche per dare una più chiara lettura sulle modalità di agire delle autorità antitrust dinnanzi a queste situazioni. Concludo con un esempio pratico che proprio in questi giorni si sta sviluppando e che sarà molto probabilmente oggetto di interesse in materia.
RESTRIZIONI VERTICALI. Analisi degli effetti concorrenziali ed evidenze empiriche con particolare attenzione alla pratica del franchising di Gianluca Agostoni (2010)
Il contesto competitivo dei mercati in epoca odierna è caratterizzato da un elevato grado di complessità dovuta alla molteplicità degli intermediari ivi operanti, al forte potere detenuto dalla grande distribuzione organizzata, alla progressiva saturazione dei mercati tradizionali e alla generale situazione di eccesso di offerta. Per questi motivi le imprese produttrici si trovano da un lato a dover affrontare la forza contrattuale di una serie di intermediari, prime tra tutte le grandi catene di distribuzione, e dall'altro dei margini di profitto sempre più ridotti. In questa situazione le restrizioni verticali giocano un ruolo fondamentale per le imprese produttrici in quanto esse consentono, alle imprese che le implementano, di ridurre il potere contrattuale degli intermediari e di raggiungere degli obbiettivi strategici nei confronti delle altre imprese concorrenti. Oltre al raggiungimento di questi risultati che, in alcuni casi, possono portare a delle perdite in termini di benessere sociale, le restrizioni verticali possono determinare dei guadagni di efficienza che portano a un complessivo miglioramento del benessere sociale. Naturalmente queste pratiche sono soggette, nei paesi dotati di adeguati strumenti normativi antitrust, all'analisi da parte di specifici organismi di controllo degli effetti complessivi di questi accordi in modo tale che la loro introduzione sul mercato non produca effetti negativi sul benessere sociale e più nello specifico sui consumatori finali. Dato il contesto competitivo appena descritto una pratica di marketing particolarmente in crescita negli ultimi vent'anni è il franchising. Esso racchiude al suo interno diversi tipi di accordi restrittivi e garantisce alle imprese che lo utilizzano di coniugare i vantaggi della separazione verticale con quelli di una struttura integrata verticalmente.
Il supporto delle intuizioni teoriche in questo senso è riscontrabile dall'evidenza empirica dalla quale emerge chiaramente e incontrovertibilmente che tale sistema di commercializzazione porta a dei vantaggi in termini di espansione del business, di riduzione del rischio, di controllo della catena verticale e di aumento di redditività per le imprese a monte rispetto ai sistemi tradizionali. A questa ultima parte è stato dedicato il terzo capitolo nel quale, per legare ancora di più alla realtà, oltre a riportare una molteplicità di dati riguardanti vari aspetti delle reti in franchising, ho descritto due casi di franchising di successo: McDonald's e Benetton. Interesse di questo scritto è quello di descrivere nel modo più approfondito e chiaro possibile quanto detto precedentemente avvalendosi dei contributi teorici offerti dalle varie scuole di pensiero nel corso degli anni, delle norme giuridiche, influenzate da queste ultime, poste in essere dalle istituzioni nazionali e sovranazionali legando il tutto dalla esperienza e dalle indicazioni provenienti dai mercati reali.
LE STRUTTURE DI MERCATO ENDOGENE E LA MACROECONOMIA di Sergio Cavriana (2010)
La gran parte della letteratura di organizzazione industriale si è concentrata sulla
spiegazione di come la struttura del mercato inuenzasse il comportamento delle
imprese presenti in esso e come questo, a sua volta, determinasse i risultati delle
imprese stesse.
La struttura del mercato, tipicamente, è stata assunta come un attributo non
modicabile dello stesso che caratterizza inesorabilmente le sue sorti ed i suoi comportamenti.
Il numero di imprese che lo popolano, le loro performance e in denitiva
il presente e il futuro del mercato stesso sarebbero tutte caratteristiche derivanti
direttamente dalle fondamenta inamovibili su cui esso sarebbe costruito.
Similmente, l'analisi di fenomeni macroeconomici quali le reazioni dell'economia
a diversi tipi di shocks (e le conseguenti scelte di policy da eettuare nei diversi
casi), avente come base proprio i comportamenti microeconomici dei mercati si è
spesso basata sugli stessi assunti.
Grazie alla macroeconomia classica possiamo prevedere cosa accada, dopo un
certo shock, all'offerta di lavoro e alla domanda di tempo libero da parte degli
agenti. Nulla possiamo dire, però, di cosa accada a livello strutturale nei mercati
stessi.
Intuitivamente il numero di imprese presenti in un mercato, i mark ups e i profitti
dovrebbero cambiare a seconda del ciclo economico. Se non si analizza la struttura
del mercato, però, la variazione di queste grandezze importantissime non può
ovviamente essere osservata.
La recente letteratura basata sull'approccio della strutture di mercato endogene
(EMSs), invece, apre, la scatola nera del mercato, e ne osserva il funzionamento
interno. Tipicamente questa operazione è condotta endogenizzando (e studiando
la variazione de) il numero di imprese che compongono un mercato, o, a livello
macroeconomico, microfondando i modelli su mercati la cui struttura sia conoscibile,
quindi che presentino costi fissi e concorrenza imperfetta.
Questo lavoro si divide in due parti principali:
La prima, microeconomica, vuole ripercorrere le origini di queste teorie e i maggiori
contributi (provenienti dall'analisi dell'economia industriale) apportati a queste.
In questo contesto svilupperemo un piccolo modello dovuto principalmente a
von Weiszäcker (1980) e Etro (2007a) per illustrare il primo grande passo compiuto
da von Weiszäcker stesso verso queste nuove teorie. In seguito esporremo le generalizzazioni
di Mankiw e Whinston (1986) della teoria di questo, nonchè il lavoro di
Sutton (1991), che endogenizza anche i costi ssi d'entrata nel mercato, e infine un
modello à la Stackelberg con struttura endogena sviluppato da Etro (2006,
2008) che porta a conclusioni sorprendenti, anche a livello di policy. La seconda parte si focalizza sulle applicazioni delle teorie di mercato endogene
alla macroeconomia. Dopo una breve esposizione della microfondazione della
macroeconomia classica e del modello dei real business cycles (cicli economici reali)
basato su questa, si passa ad illustrare l'approccio EMSs alla macroeconomia,
concentrandoci su Etro (2009).
In particolare descriveremo un modello di equilibrio generale con struttura di
mercato endogena, quindi un modello à la Solow elaborato da Etro (2009) che
utilizza per spiegare la crescita non il capitale ma l'entrata di nuove imprese nel
mercato.
Infine vengono illustrati un modello di business cycle con struttura endogena e
gli studi degli shock effettuati da Colciago ed Etro (2010), comprensivi di confronto
con il modello real business cycle neoclassico.
IL CLOUD COMPUTING di Sara Pancotti (2010)
Questo lavoro di tesi pone la sua attenzione su una tecnologia innovativa quale il Cloud Computing ponendosi come obiettivo quello di mostrare come sia importante una politica Europea comune a tutti gli stati attenta non solo ad una tutela della concorrenza ma anche alla tutela di quei meccanismi particolari che consentono l’innovazione nei mercati caratterizzati da esternalità di rete. Il primo capitolo vuole essere un breve riassunto della produzione accademica riguardante quel fenomeno che gli economisti chiamano “esternalità di rete”. Ci si focalizzerà in particolare su un aspetto: la standardizzazione tecnologica. Verranno quindi analizzati i vantaggi per la società, gli incentivi per il raggiungimento della standardizzazione e anche quello che è un possibile rischio quando l’effetto di rete è troppo forte, il lock-in tecnologico tramite l’ausilio di modelli teorici di autori quali Katz, Shapiro. Oz, Shy. Nel secondo capitolo si introdurranno le caratteristiche principali del Cloud Computing, quale è l’offerta oggi disponibile sul mercato, i vantaggi e gli svantaggi connesi alla sua adozione e verranno suggerite, riprendendole da uno studio di Katz e Shapiro, strategie alle imprese fornitrici. Nella terza ed ultima parte, sono le politiche dell’Unione Europea in ambito dell’Information and Communication Technology ad essere analizzate. In una prima parte verrà sottolineata l’importanza per la crescita e lo sviluppo europeo della virtualizzazione connessa al Cloud Computing tramite una Innovazione tecnologica in presenza di esternalità di rete analisi di dati statistici e l’utilizzo di un modello teorico messo a punto da Etro (2009). Rimarcate le motivazioni che spingono l’Unione Europea a sostenere il Cloud Computing, se ne analizzeranno quindi le politiche focalizzandosi su quegli aspetti che sono emersi come importanti nei capitoli precedenti: la standardizzazione e la competenza legislativa.
MARKETING 2.0 E SEARCH ADVERTISING di Alessandro Landini (2010)
Questo lavoro analizza le più recenti evoluzioni del Marketing, che è passato da un approccio inizialmente di massa, rivolto indistintamente a tutti i consumatori, ad uno sempre più personalizzato, teso a raggiungere i diversi target di pubblico secondo le loro specifiche esigenze. Il risultato è stato l’approdo a quello che molti economisti hanno subito ribattezzato «Marketing 2.0», una disciplina che si poggia interamente sulle più evolute piattaforme, caratterizzate da una spiccata interazione con l’utente (quali social network, motori di ricerca, blog, ed altri), e che ricadono appunto nel campo del cosiddetto Web 2.0. La locuzione, un termine utilizzato per indicare genericamente uno stato di evoluzione rispetto ad una condizione precedente, pone infatti l’accento sulle differenze con il precedente Web 1.0, composto prevalentemente da siti statici, che non prevedevano alcuna possibilità di interscambio di informazione sia tra azienda e navigatori, sia, soprattutto, tra gli utenti stessi. L’elaborato è stato suddiviso in tre sezioni: nella prima, dopo una breve introduzione al tema, ho analizzato, con un’ottica di “stampo” prettamente marketing, i diversi strumenti che caratterizzano il nuovo paradigma del “2.0”, soffermandomi in particolar modo su quelli più popolari ed innovativi, quali motori di ricerca, blog e social network. Il secondo capitolo, invece, si è focalizzato più su aspetti economici, tesi a capire come sia le aziende che gli utenti internet possano beneficiare, in termini di benessere, dell’utilizzo delle nuove piattaforme, per poi passare ad analizzare nel dettaglio il mercato dell’advertising sui motori di ricerca, che vedono negli ultimi anni crescere sempre più la quota di investimenti da parte delle imprese. Infine, nell’ultima parte si è trattato un caso aziendale di ricorso al Marketing 2.0.
SEARCH ENGINE ADVERTISING di Ramona Peretti (2009)
Il Mercato dei Browser di Fiammetta Pini (2010)
Google and online advertising di Silvia Gariboldi (2010)
Social Networks and Multisided Platforms di Chiara Lanfredini (2010) and Social Networks and Effetti di Rete di Alessia Laforgia (2010)
R&D e Settore Farmaceutico
QUALI PROSPETTIVE PER IL SETTORE FARMACEUTICO IN ITALIA? Indagine comparativa internazionale sulle capacità competitive del settore farmaceutico in Italia a cura di M. Dallocchio e L. Etro (2007). Per una presentazione in Power Point clicca qui
Il settore farmaceutico in Italia possiede una buona capacità competitiva alla luce dell’evoluzione del contesto globale? Qual è l’impatto economico del sistema farmaceutico in Italia? Quali effetti producono le politiche governative sul settore e sull’indotto? Queste domande trovano risposta nel presente studio che ha indagato il settore farmaceutico in Italia sotto molteplici prospettive. Innanzitutto il suo posizionamento nell’arena competitiva globale, attraverso un raffronto con le principali metriche di settore a livello internazionale. Tra queste di particolare rilevanza è la capacità di effettuare investimenti in Ricerca & Sviluppo (R&S), misurata dall’intensità di investimento, cioè il rapporto tra gli investimenti in R&S ed il fatturato di un determinato anno. La tipologia di investimento in R&S richiede per sua natura un impiego di ingenti capitali su un orizzonte elevato a fronte di ritorni altamente incerti sebbene potenzialmente esponenziali. L’elevata dotazione di capitali è quindi una caratteristica sine qua non nel settore farmaceutico per imprese che intendono competere ed affermarsi su scala globale. Data la connotazione di settore altamente “knowledge intensive” è interessante conoscere la relazione tra il capitale umano ed il capitale finanziario delle imprese operanti nel settore. Il capitale finanziario investito in R&S è un investimento in capitale umano, ossia in personale qualificato e preparato per lo svolgimento di programmi di R&S? Se questa relazione fosse confermata dall’analisi di dati empirici si otterrebbe un’ulteriore evidenza dell’importante ricaduta sociale in termini occupazionali del sostenimento di politiche di ricerca all’interno del settore.
Nel prosieguo la ricerca evidenzia casi virtuosi di aziende in grado di competere a livello globale per dimensione aziendale, presenza internazionale ed intensità di investimento in R&S e delinea la situazione italiana in termini di attrattività di investimenti esteri nel settore farmaceutico. L’analisi prosegue su una dimensione di più ampio respiro concentrandosi sull’indotto economico generato dal sistema farmaceutico, in termini di numerosità di addetti, stima della produzione e valore aggiunto. La finalità è riflettere sul potenziale impatto in termini sociali ed economici di un innalzamento oppure di una perdita di competitività del settore. L’ultima parte del lavoro prende in esame lo schema di incentivazione fiscale diretto a supportare l’attività di Ricerca & Sviluppo nel settore farmaceutico in prospettiva nazionale ed europea. Dal raffronto delle due prospettive si possono ottenere stimoli utili per ricercare nuovi modelli di sviluppo della ricerca nel settore farmaceutico italiano per un nuovo slancio del comparto che negli ultimi anni ha sofferto i risvolti negativi di politiche governative di contenimento della spesa pubblica. In conclusione è presentata una simulazione degli impatti economici e sociali della dinamica degli investimenti in R&S e delle politiche a sostegno relative.
Infrastrutture e Crescita
Crescita e Infrastrutture: la Via della Public-Private Partnership di M. Pagliuca (2008).
In questa tesi si intende studiare la relazione esistente tra la crescita economica e le infrastrutture pubbliche. Questa relazione è assai importante perché la presenza di maggiori infrastrutture fa sì che venga favorita la crescita di un Paese, almeno per livelli di dotazione infrastrutturale non troppo elevati. Infatti, le infrastrutture possono contribuire ad aumentare la produttività marginale dei fattori produttivi accumulabili (capitale fisico e umano) controbilanciando la tendenza alla riduzione della loro produttività marginale a seguito della loro accumulazione, consentendo perciò tassi di crescita positivi anche nel lungo periodo. Dunque, in uno scenario in cui, per incrementare lo sviluppo economico del Paese, vi è la necessità di un maggiore intervento in campo infrastrutturale, ma la situazione della finanza pubblica ed i vincoli sul debito e sul deficit non permettono di soddisfare a pieno la crescente domanda di infrastrutture, allora il Partenariato Pubblico-Privato, come forma di investimento in infrastrutture pubbliche alternativa all’investimento pubblico diretto, può essere visto come una valida soluzione per risolvere il gap infrastrutturale in modo più veloce ed efficiente di quanto potrebbe fare il settore pubblico da solo.
Si inizierà così con la PARTE I ad affrontare il tema della crescita economica attraverso una sua breve rassegna e, dopo aver focalizzato l’attenzione sul legame tra le infrastrutture e la crescita, si proporrà un modello dinamico OLG sviluppato da Etro (2007, Investimenti in Infrastrutture I: Teoria ed Evidenza Empirica). Attraverso delle simulazioni fatte col programma Phaser verrà mostrato come in caso di alta sostituibilità tra capitale pubblico e privato, ovvero quando è minore la differenza sostanziale che intercorre tra di essi, siamo in presenza di un risultato di convergenza monotòna verso un tasso di crescita costante nel lungo periodo. Questo andamento è piuttosto interessante perché mette in luce il fatto che ci sia un processo di accumulazione dei due stocks di capitale graduale, ma con tassi di crescita delle due forme di capitale negativamente correlati, che conduce a crescita endogena. Se, invece, la sostituibilità tra le due forme di capitale è bassa e il deprezzamento di quello pubblico è assai maggiore di quello privato, possono emergere degli andamenti oscillatori. Queste oscillazioni, dal punto di vista economico, possono emergere perché l’accumulazione dei due stocks segue due fattori diversi: il rendimento per il capitale privato ed il gettito fiscale per quello pubblico, ma questi possono essere inversamente correlati. Importante è sottolineare che questo risultato è ottenibile nel caso in cui vi sia un alto deprezzamento del capitale pubblico. Al di là delle modalità di convergenza, oscillatorie o monotòne, la teoria mostra come le due forme di capitale siano complementari nel sostenere la crescita di lungo periodo.
Nella PARTE II verrà, invece, data la definizione di infrastrutture e, dopo ci si soffermerà sulle peculiarità che le caratterizzano e sull’importanza della loro regolazione, verrà fatta una valutazione della condizione italiana. Attraverso i dati forniti dall’Istituto Tagliacarne (2004), infatti, sarà possibile mostrare come la dotazione infrastrutturale è distribuita in modo assai difforme sul territorio nazionale ed il gap esistente tra Mezzogiorno ed il resto d’Italia risulta essere molto elevato. Ci si renderà conto, quindi, che sarebbe opportuno investire maggiormente, e in maniera più efficiente di quanto viene fatto oggi, nelle infrastrutture per incrementare la crescita del nostro Paese, cercando però di rendere la dotazione infrastrutturale il più omogenea possibile sul territorio nazionale, ovvero collocando nuovi investimenti soprattutto, ma non esclusivamente, al Sud in modo da diminuire il gap infrastrutturale.
Nella PARTE III, dopo che si saranno delineato i vantaggi e gli svantaggi del ruolo del settore pubblico nell’economia, verrà dimostrato attraverso la presentazione di tre modelli teorici che l’investimento privato nelle infrastrutture è più efficiente di quello pubblico grazie alle diverse peculiarità che caratterizzano l’impresa privata. Infatti, nonostante il problema dell’asimmetria informativa coinvolga non solo l’impresa pubblica ma anche quella privata, le caratteristiche tipiche di quest’ultima, tra le quali sottolineo la presenza di adeguati meccanismi incentivanti predisposti dagli azionisti, fanno sì che si abbiano delle performance più efficienti dal punto di vista produttivo. Anche se l’impresa privata compie degli investimenti nelle infrastrutture più efficienti di quelle realizzate dal settore pubblico, non bisogna, però, dimenticare che l’intervento dello Stato risulta fondamentale, dal momento che difficilmente il settore privato sarebbe incentivato, a meno che non sia garantito dal settore pubblico, ad occuparsene, in una situazione in cui si devono effettuare degli investimenti con sì alte potenzialità di crescita e utili dal punto di vista sociale ma altamente rischiosi.
Nella PARTE IV, infine, verrà presentata, come soluzione alla necessità di reperimento di fondi alternativi ai fondi pubblici per il finanziamento di opere pubbliche capaci di far diminuire il gap infrastrutturale presente in Italia, la public-private partnership. Si capirà come con questa forma di collaborazione tra i due settori, pubblico e privato, gli interessi e le risorse pubbliche si uniscono a quelli privati, in maniera trasparente, per moltiplicare le potenzialità di investimento nelle infrastrutture. Infatti, il PPP può essere visto come un moltiplicatore degli investimenti pubblici dal momento che permette la disposizione di risorse aggiuntive al settore pubblico, il quale può utilizzarle non per aumentare le spese correnti, ma per compiere quegli investimenti che sono in grado di generare crescita economica. Sarà inoltre analizzato lo sviluppo della PPP sia a livello europeo, specialmente nel mondo anglosassone (dove tali iniziative sono nate e si sono sviluppate), con l’esempio, forse il più importante in assoluto, dell’Eurotunnel sotto la Manica, sia a livello nazionale, in dettaglio per aree geografiche e settori di attività, partendo dal lavoro fatto da Etro (2007, Investimenti in Infrastrutture II: Partnership Pubblico-Private) e arricchito grazie ai dati forniti dall’Osservatorio Nazionale del Project Financing (2007). Verranno, poi, discussi brevemente i progetti autostradali della BreBeMi, della Pedemontana e del Ponte sullo Stretto di Messina, che forse verrà realizzato e potrebbe diventare il più ambizioso esempio di Partnership Pubblico-Privato in Italia. I dati forniti per l’anno 2006 mostreranno come ci sia stata una concentrazione degli investimenti in PPP là dove c’è più bisogno nel contesto italiano, ovvero nel Mezzogiorno. Ciò risulta essere importante per la diminuzione del gap di dotazione infrastrutturale presente sul territorio nazionale.
L’evidenza empirica sull’esperienza italiana del PPP mette in luce, quindi,
che non si può più parlare di mercato embrionale o di fase iniziale di
sviluppo: il PPP, con le sue particolarità, le sue debolezze, le sue criticità, è oggi un mercato dinamico e importante per i processi di trasformazione
del territorio italiano.
Per avere un’idea più precisa della rilevanza degli investimenti nel
Partenariato Pubblico-Privato basti pensare che il mercato del PPP
rappresenta il 6.6% del mercato delle opere pubbliche nel 2002, il 13.4%
nel 2003, il 15.5% nel 2004, il 24.9% nel 2005, il 25.8% nel 2006.
Se la tendenza alla continua crescita di questo nuovo mercato venisse
confermata anche in futuro, allora il Partenariato pubblico-privato potrebbe
sempre più diventare il principale motore delle opere pubbliche e quindi
delle grandi opere infrastrutturali.
Tuttavia, per poter affermare con certezza che le PPP possono essere
considerate un’importante soluzione ai problemi infrastrutturali dell’Italia,
occorre aspettare l’evolversi del suo mercato.
Anche se gli ultimi dati che si riferiscono al 2007, che sono da poco stati
forniti dall’Osservatorio Nazionale del Project Financing, registrano una
frenata economica, dovuta principalmente alla presenza nel 2006 di
numerose maxi iniziative di importo superiore a 500 milioni di euro, non si
deve pensare ad una perdita di interesse nei confronti del PPP, dal
momento che, seppur vi sia stato un trend negativo per il volume d’affari
(-10%) e per la dimensione media dei progetti (-24%), anche nel 2007
questo mercato ha continuato a crescere come viene testimoniato
dall’importo delle selezioni di proposte, che ha toccato la cifra dei 9.5
miliardi contro gli 8.1 del 2006 (anno di per sé eccezionale rispetto a quelli
precedenti), e dalla crescita del numero delle iniziative totali (+15%).
Crescita e Produttività: gli Effetti Economici della Regolazione di P. Parascandolo e G. Sgarra (2006, Progetto Concorrenza di Confindustria coordinato da I. Cipolletta, S. Micossi e G. Nardozzi).
Questo interessante articolo di rassegna si occupa della relazione fra regolazione economica e crescita con particolare riferimento a Europa e Italia. Le barriere al buon funzionamento dei mercati e gli ostacoli alla competitività di un paese sono spesso dovuti all’intervento dello Stato nel sistema economico. Lo Stato interviene direttamente nella vita dei vari attori economici e nelle loro interazioni disegnando le regole del gioco, regolando comportamenti e strutture dei mercati per risolvere problemi di fallimento dei mercati stessi (condizioni di monopolio naturale, presenza di esternalità e asimmetrie informative), per produrre servizi pubblici e beni meritori (quali l’istruzione obbligatoria e la conservazione dell’ambiente), per redistribuire ricchezza qualora la distribuzione del reddito generata in maniera concorrenziale non sia socialmente accettabile. Questo apparato di regole è noto in letteratura come “regolazione economica". Nell’esperienza di molti paesi industriali, la regolazione delle attività economiche ha ecceduto un limite “fisiologico”. Sono state introdotte norme che si sono sovrapposte nel tempo, risultando eccessivamente numerose e spesso confliggenti. L’evoluzione economica e sociale e il progresso tecnico hanno messo in discussione i vincoli normativi imposti dalla regolazione all’attività d’impresa nei diversi settori. In molti casi, quindi, la regolazione è risultata inefficace, inutilmente vincolante per lo svolgimento dell’attività economica e per il funzionamento dei meccanismi di mercato, producendo più costi dei benefici attesi, inducendo molti paesi a riconsiderare il ruolo dello Stato nell’economia. Negli Stati Uniti e nel Regno Unito, questo processo è stato intrapreso già negli anni Settanta – Ottanta, anche sotto la spinta del progressivo rallentamento della crescita economica, nonché per la necessità di adeguare l’impostazione della regolamentazione alle trasformazioni indotte dalla diffusione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Lo spostamento di enfasi è stato verso l’idea di uno Stato che crei, in primo luogo, “regole del gioco” favorevoli alla crescita economica e all’efficienza del sistema. Da queste esperienze è scaturito un ampio consenso nella comunità accademica e tra policy makers sul fatto che l’intervento dello Stato non sia sempre necessario e che la concorrenza può, invece, contribuire a promuovere l’efficienza economica del sistema, riducendo barriere all’entrata e all’uscita dai mercati, oneri e vincoli all’attività d’impresa, le rendite di posizione, i prezzi di beni e servizi a favore dei consumatori e incentivando le imprese stesse a crescere e innovare.
Un processo analogo di ripensamento del ruolo economico dello Stato e del suo apparato di regole è avvenuto nella maggior parte degli altri paesi europei nell’ultimo decennio, quando la bassa performance economica ha reso evidente il divario dell’Europa rispetto, in particolare, agli Stati Uniti in termini di crescita e produttività. Da tutto ciò è derivata una grande attenzione alle possibili determinanti dei diversi andamenti macroeconomici. Gli studi intrapresi a partire dagli anni Novanta hanno rilevato che i fattori a carattere strutturale, più di quelli ciclici e delle divergenze tra le politiche economiche di ciascun paese, contribuiscono a spiegare la diminuzione del tasso di crescita potenziale dell’economia europea. Tra i fattori strutturali vi sono anche i contesti istituzionali e normativi che regolano diversi mercati (dei prodotti, dei servizi, del lavoro e così via).
Numerosi studi empirici hanno rilevato l’esistenza di una relazione inversa tra regolazione economica e una buona performance del sistema o, viceversa, di una correlazione positiva tra aumenti del livello di concorrenza nel mercato e aumenti di produttività: nei paesi caratterizzati da un sistema economico competitivo, dove i diversi vincoli all’attività economica del settore privato sono contenuti, le risorse si allocano in modo efficiente traducendosi in guadagni di produttività e in crescita economica (e viceversa). Nell’ultimo decennio, la maggior parte dei paesi europei ha avviato riforme della regolazione del mercato dei prodotti e del lavoro, anche se di diversa intensità e a partire da condizioni iniziali diverse. Nella maggior parte di essi, invece, una più rigida regolazione permane nel settore dei servizi: diffuse barriere normative e amministrative caratterizzano il settore, consentono alle imprese già operanti nel mercato di beneficiare di extra-profitti e influenzano l’allocazione e l’uso dei fattori produttivi, creando inefficienze. Dato che i servizi costituiscono anche una parte significativa degli input impiegati per la produzione di beni (per es., per l’Italia incidono per il 38% sulla produzione manifatturiera), loro inefficienze finiscono per condizionare la competitività del settore industriale più direttamente esposto alla concorrenza internazionale. Anche in questo caso sono necessarie riforme pro-competitive che rimuovano barriere normative e amministrative ingiustificate e aprano il settore alla concorrenza. A supporto di tale tesi, alcuni studi hanno quantificato l’impatto positivo della creazione di un mercato unico europeo dei servizi in termini di crescita economica, di occupazione, di volume di scambi intra-UE.
La politica della concorrenza e la competitività di S. Riela (2006).
In che misura la concorrenza può essere strumentale alla competitività dell’Unione? Se concorrenza significa efficienza, una definizione di questa lontana dalla perfezione dei modelli economici potrebbe rendere desiderabili mercati concentrati e la presenza di cosiddetti “campioni europei”. Il concetto di competitività, infatti, può variare in funzione delle caratteristiche di un settore e richiedere scelte di politica industriale che vanno oltre la dimensione interna della concorrenza.
Investimenti in Infrastrutture, Patto di Stabilità e Partnership Pubblico-Private di F. Ambrosanio, M. Bordignon and F. Etro (2004)
Investimenti in Infrastrutture I: Teoria ed Evidenza Empirica di F. Etro (2004)
Questo articolo presenta teoria ed evidenza sulla relazione fra crescita e infrastrutture pubbliche. Innanzitutto, si sviluppa un modello dinamico con alcuni risultati nuovi su crescita endogena e investimento in infrastrutture e sulla scelta politica del secondo e si mostra come in caso di alta sostituibilità fra capitale privato e pubblico vi sia un processo di accumulazione dei due stock di capitale graduale caratterizzato da un tasso di crescita decrescente ma che conduce a crescita endogena, mentre se la sostituibilità fra i due stock è bassa e il deprezzamento del capitale pubblico è assai maggiore di quello privato, possono emergere andamenti ciclici. Inoltre, in equilibrio politico-economico si tende ad implementare investimenti troppo bassi in infrastrutture. L’evidenza empirica sembra suggerire una relazione positiva fra dotazione infrastrutturale e crescita. L’Italia presenta una dotazione di infrastrutture assai inferiore a quella dei principali Paesi europei e questo gap infrastrutturale è ancora maggiore se lo si rapporta al PIL pro-capite. Infine, la dotazione infrastrutturale è distribuita in modo assai difforme sul territorio nazionale ed il gap infrastrutturale fra il Mezzogiorno ed il resto d’Italia non tende a diminuire: esso appare praticamente lo stesso all’inizio e alla fine degli anni ’90.
Investimenti in Infrastrutture II: Partnership Pubblico-Private di F. Etro (2004)
Questo articolo studia la Partneship Pubblico-Privato (PPP) come forma di investimento in infrastrutture pubbliche alternativa all’investimento pubblico diretto. Innanzitutto, vengono prese in considerazione le diverse forme di PPP, e si discutono, su un piano concettuale, i vantaggi e gli svantaggi che la PPP presenta rispetto ai tradizionali investimenti pubblici diretti. Vengono discussi in particolare gli aspetti relativi a efficienza e innovazione economica, alla selezione dei progetti, all’allocazione del rischio, al sistema di finanziamento e alla governance dei progetti. Vengono poi analizzate le origini e lo sviluppo della PPP a livello europeo e specialmente nel mondo anglosassone, dove tali iniziative sono nate e si sono poi sviluppate – fino all’ Eurotunnel sotto la Manica. Infine si studia la situazione italiana in dettaglio per aree geografiche e settori di progetto, discutendo anche il Ponte sullo Stretto di Messina, il più ambizioso esempio di PPP previsto in Italia.
Per ulteriori spunti sul tema clicca qui
Finanza e Innovazione
Finanza e Crescita della Piccola e Media Impresa di R. Cenciarini, M. Dallocchio, A. Dell'acqua e L. Etro (2005)
Per ulteriori spunti sul tema vedi L'impresa speculativa. Il rapporto complesso tra informazione, mercati finanziari e innovazione di A. Dell’Acqua (2005).
Politica Fiscale e Coordinamento Internazionale
Risk sharing, avversione al rischio e stabilizzazione delle economie regionali in Italia di A. Gardini, G. Cavaliere e L. Fanelli (2003)
In questo interessante lavoro l'analisi del risk sharing tra le regioni italiane rispetto alle fluttuazioni economiche regionali di lungo e di breve periodo viene affrontata facendo ricorso a modelli autoregressivi vettoriali (VAR) i quali, riparametrizzati nella forma a meccanismo di correzione dell'equilibrio, permettono di saggiare tutte le implicazioni della teoria senza l'uso preventivo di filtri o trasformazioni delle variabili, e soprattutto senza vincoli sull'omogeneità delle preferenze nelle diverse regioni. Le stime sul periodo 1960-1995 mostrano che le preferenze non sono omogenee e che, considerando opportunamente l'eterogeneità regionale nei parametri di preferenza, l'evidenza a favore del risk sharing è molto più marcata di quanto comunemente ritenuto o evidenziato in precedenti lavori. I risultati indicano che nel sistema regionale italiano gli strumenti di risk sharing operanti attraverso i mercati (investimenti, prestiti, migrazioni) o attraverso il welfare state (cassa integrazione, indennità di disoccupazione) consentirebbero la stabilizzazione ottimale delle economie regionali, ma la concreta efficacia di tali strumenti è influenzata negativamente dall’ambiente in cui operano: l’avversione al rischio ostacola infatti sia la mobilità della forza lavoro sia la diversificazione dei portafogli e limita quindi l’efficacia delle strategie di stabilizzazione attraverso il risk sharing.
Per ulteriori spunti sul tema vedi:
La Finanza dell'Unione Europea tra Allargamento e Ambizioni di M. Marè e G. Cipriani (2003)
Elementi per una Politica di Governo della Spesa Pubblica di P. Giarda, A. Petretto, G. Pisauro, S. Lorenzini e C. Vignocchi (2005)

Articoli scientifici in italiano
